DAGO HERON

Taxi – capitolo 15

“Pronto ?” disse Angela.

“Che ne dice di una cena come ringraziamento per aver conservato in ottimo stato il mio cellulare ?” propose una calda e avvolgente voce maschile che Angela capì subito appartenere a Wallace. Mentre parlava, chissà perché, l’immagine che si materializzò davanti ai suoi occhi fu di una persona alta, scura di carnagione e di capelli, più o meno tra i 30 e i 40 anni. Angela era brava a riconoscere una bella voce, faceva parte del suo lavoro, poteva cogliere sfumature e inflessioni già sentendola al telefono. E questa era sicuramente una voce che trasmetteva forza e sicurezza e che pur tuttavia aveva una nota di tristezza sul fondo, qualcosa di appena velato, un niente, ma che non poteva sfuggire ad un’esperta. Un lievissimo accento inglese, anzi no certamente scozzese, tradiva un italiano pressoché perfetto, indistinguibile all’orecchio dei più, ma non al suo.

Angela aspettava da tutto il giorno quella telefonata, per quel motivo aveva tenuto spento il Nokia fino a quando non era stata sola nella sua camera d’albergo, ma non si sarebbe mai aspettata un invito a cena. Comunque, certa di avere il vantaggio di qualche centinaio di chilometri tra loro, rispose baldanzosa: “E dove mi porterebbe a cena ?”

“Avrei pensato all’Alcazar”

“Sì lo conosco di fama – mentì Angela – e comunque quando sarà questa cena?” chiese un po’ saccente, cercando di nascondere la sua curiosità verso quella persona

“La passo a prendere alle 8, va bene?” disse l’uomo senza batter ciglio

“Alle 8 di quando?” chiese Angela meravigliata

“Di oggi naturalmente, di quando senò?”

A questo non aveva pensato! Come oggi? A Parigi?… lui non era ? Boh, non ci stava capendo più niente.

“Pronto, Angela?” riprese con aria interrogativa Wallace

“Sì, no, cioè io non credevo … cioè, non pensavo … volevo dire che stasera … insomma stasera non posso” farfugliò cercando di prendere tempo, sorpresa e intimorita all’idea di incontrare subito, così su due piedi, la persona alla quale aveva combinato lo scherzo delle foto.

“Mi dispiace, purtroppo io sarò a Parigi solo stasera – mentì a sua volta Wallace – mi rendo conto che è un invito improvviso, tuttavia se proprio non possiamo vederci, mi lasci il telefono in albergo. Passerò a prenderlo domattina, prima di ripartire – fece una pausa e poi riprese – C’è solo una cosa che vorrei sapere ….”

“Quale?”

“Perché prima era disposta a giocare ma adesso non vuole ammettere che ha perso? Cos’è, ha paura di incontrarmi?”

Colpita e affondata. Angela si sentì un verme, piccola piccola e anche un po’ sciocca.

Paura? Come paura, figuriamoci se aveva paura, e di chi poi? Tzè, ma per favore!

Così d’impulso, prima ancora di riflettere, con le guance che erano diventate di fuoco disse “Alle 8 andrà benissimo, farò in modo di disdire l’altro impegno” e lasciò il nome e l’indirizzo del suo hotel a quello sconosciuto che credeva di metterla in difficoltà.

Sarebbe stata una sera noiosa, già lo sapeva, ma quello era il pegno da pagare e lei non era vigliacca, lo avrebbe pagato, poteva starne sicuro mister Wallace.

Così un po’ di malavoglia cominciò a prepararsi, doccia, crema, si asciugò i capelli, un po’ di trucco e poi doveva decidere cosa mettersi. Non aveva previsto inviti a cena, doveva essere solo una settimana di lavoro. Per fortuna la frenesia di aver comprato quella giacca nuova l’aveva indotta a portarla con sé, senza un motivo preciso, a volte capita.

Sì, aveva i pantaloni neri attillati e sotto la giacca sarebbero andati benissimo, tuttavia le mancava qualcosa in mezzo, proprio non ci aveva pensato, non prevedeva di doverla indossare. Non aveva niente che la soddisfacesse, era tutto così sportivo, così da ufficio! Guardò l’orologio, le 7 e trenta, forse faceva in tempo a uscire, magari poteva cercare qualcosa lì vicino, bastava qualcosa di chiaro da mettere sotto alla giacca … no, si disse, troppo tardi e poi ormai sarà tutto chiuso. Accidenti, non sapeva come fare.

Poi d’improvviso un lampo. Vuoi mettermi in imbarazzo mister Wallace? Bene, vediamo chi la spunta. Così cambiò il reggiseno bianco con uno nero e infilò la giacca direttamente sulla pelle, allacciando i bottoni era perfetta. Aggiunse, con una punta di malizia, uno dei suoi bizzarri ciondoli di vetro, questa volta rosso, lungo, che finiva proprio in mezzo all’attaccatura dei seni, giusto giusto dove iniziava ad aprirsi la giacca. Due piccoli orecchini d’oro, una spruzzata di profumo e si guardò allo specchio: un po’ azzardato visto che non conosceva il suo cavaliere, ma poteva andare. Vediamo quanto si sarebbe distratto a cena mister Wallace.

Prese cappotto e borsa e scese nella hall, forse un po’ in anticipo, ma meglio così.

Mentre aspettava seduta sui divani dell’hotel, suonò il cellulare, il suo. Soprapensiero, senza neanche guardare il display lo portò all’orecchio.

“Pronto…”

“Ciao” disse una voce maschile. Angela sentì il cuore fermarsi, era Davide.

“Ciao – rispose cercando di essere più disinvolta possibile – come stai?”

“Normale, come al solito. Tu?” ripose Davide un po’ a disagio

“Sto lavorando, questa settimana sono a Parigi”

“Sì, lo so , me l’hanno detto in ufficio”

Decisamente la conversazione era strana, c’era molta tensione nei silenzi e nelle parole di tutti e due, come se stessero camminando in mezzo ai cristalli e volessero evitare attentamente di urtare qualcosa.

“Volevo sentirti. Sento la tua mancanza” disse all’improvviso Davide

“Non è giusto – rispose Angela – non puoi dirmi queste cose”

“Invece te le dico. Te le dico perché le penso”

“Cosa vuoi ancora Davide, ci siamo già detti tutto. Prendiamoci un attimo per pensare, quando torno poi….”

“Quando torni non mi trovi” la fermò lui.

Se le avessero gettato un secchio di acqua gelida, Angela sarebbe rimasta meno male.

“Volevo dirti che starò via per un po’ – proseguì Davide – Una cosa improvvisa oggi pomeriggio al giornale, un’occasione imprevista. C’è un po’ di casino giù in oriente, tra la Corea del Nord e quella del Sud, forse si dimette il governo, non si capisce bene. Insomma serve qualcuno laggiù che raccolga notizie fresche, il direttore mi ha chiesto di occuparmene. Lo sai, era tanto che aspettavo un’occasione così. Ho detto di sì, parto giovedì, volevo dirtelo”

Angela stava cercando di controllare l’attacco di ansia che sentiva arrivare.

“Ma quanto tempo….?”

“E chi può dirlo? Quindici giorni, due mesi, non lo so. Dipende da tante cose. Comunicare da là non sarà facile. Ti spedirò delle mail, quello dovrebbe essere più semplice. Forse un po’ di tempo lontani ci aiuterà a chiarirci le idee” continuò Davide

“Sì, forse. O forse no. Perché non me l’hai detto prima?” chiese Angela

“L’ho saputo solo oggi, e poi non sarebbe cambiato niente” ma Angela lo conosceva da troppo tempo per non accorgersi che stava mentendo.

“Cosa vuoi che faccia?” chiese Angela

“Pensami, incrocia le dita e… guardami al telegiornale, vedrai torno prima di quanto pensiamo. Sai come sono quei paesi, tanto fumo….”

“Davide…” lo interruppe Angela

“Sì…”

“Tra noi è finita?” chiese a bruciapelo

Dall’altra parte silenzio. Poi un sospiro.

“Non lo so Angela, giuro che non lo so – pausa – Ne vuoi parlare adesso?”

“No. In bocca al lupo Davide, anche tu mi manchi” e chiuse la comunicazione prima che l’altra parte potesse dire qualcosa.

Improvvisamente sentì una voce maschile dietro di lei che diceva allegra “Lei deve essere Angela…”

Ma ciò che vide Ethan Wallace quando Angela si voltò, fu un viso rigato di lacrime.