Alle tre, quando arrivò Carolina, Angela stava sgranocchiando mandorle sul divano, un’altra delle sue passioni proibite.
Carolina la guardò allibita: “Ma bene, continuiamo a farci del male. Ingozzati di quella roba e vedrai il costume quest’estate come ti entra!”
“Contengono ferro” rispose Angela continuando a sgranocchiare
“Sì, come no. Anche questo contiene ferro?” disse indicando la carta del cioccolato sul tavolo della cucina.
Angela alzò le spalle.
“In questi casi esistono solo due possibili rimedi: parrucchiere o shopping. Quale scegli?”
Angela la guardò per un attimo pensierosa…”Tutte e due”.
“OK, vestiti. Telefono e vedo se ci danno udienza” disse riferendosi al parrucchiere.
Mentre Carolina telefonava, Angela si stava vestendo di malavoglia, in fondo non le andava tanto. Avrebbe preferito passare il pomeriggio con Davide ma lui l’aveva lasciata sotto casa senza una parola e lei, orgogliosa, non aveva detto niente.
“Se ti sbrighi Monica dice che c’è un buco tra mezz’ora – disse Carolina entrando in camera e trovandola ancora mezza nuda – Ma ti vuoi dare una mossa?” insistette.
Un colore nuovo, ecco cosa le ci voleva, aveva cercato di convincerla Josie, la colorist del parrucchiere, ma Angela era stata irremovibile. A Davide piaceva il suo rosso Tiziano naturale e concordarono per qualche contrasto più chiaro anche se dovette cedere sul colore dello smalto, che Monica aveva deciso dovesse essere per forza lilla iridescente. Pazienza, lo avrebbe tolto prima di tornare in ufficio lunedì.
Uscite da lì si gettarono nella bolgia dei negozi del centro al sabato pomeriggio, per niente intimorite dalla folla che le circondava, anzi erano come due pesci nell’acqua. Più il negozio era affollato e più era probabile ci fossero cose interessanti, dunque all’arrembaggio. Il bottino di quel pomeriggio infernale che avrebbe scoraggiato anche una pattuglia di incursori, fu un paio di scarpe “assolutamente imperdibili” a testa, come le aveva definite Carolina, più un paio di pantaloni neri lucidi, due golf di cotone, una sciarpa indiana color albicocca e uno Swatch con funzione skipass. Angela invece si era orientata per due top di cotone che sperava di mettere presto, una giacca elegante in saldo, davvero un affare, jeans bianchi (un’altra delle sue manie), un buffo cappello che era certa non avrebbe mai messo, più un topo meccanico che avrebbe dovuto indurre Igor a smaltire un po’ di ciccia. Ultimo tocco il suo negozietto speciale, dove l’attenzione di Angela fu attratta da un ciondolo composto da piccole bacchette di vetro nere, legate da un cordoncino di seta dello stesso colore, tra le quali ne spiccava una sola bianco latte. Aveva un’aria minimalista, le ricordava le geometrie giapponesi e l’acquistò senza neanche chiedere il prezzo.
Con le mani piene dei sacchetti di tutta quella inutile paccottiglia, si diressero soddisfatte verso casa con l’aria di chi ha appena svaligiato il Louvre, senza che nessuno se ne sia accorto. Per la serata decisero di non fare nulla, si salutarono e, vista la giornata piuttosto densa, Angela andò a dormire più presto del solito.
Nel dormiveglia Angela sentì il profumo di Davide nelle narici e istintivamente sorrise sentendo le sue mani che la accarezzavano, la sua maglietta che usava per dormire scivolare via, la sua bocca sul seno. Angela fu pervasa da un languore conosciuto, adorava fare l’amore la mattina, decisamente il suo momento preferito, quando Davide la svegliava così la giornata cominciava in modo meraviglioso. Lei si abbandonava con gli occhi chiusi, lasciava fare tutto a lui, godendosi tutto il piacere possibile. E Davide non lesinava davvero le attenzioni. Riusciva letteralmente a coprirla di baci, la sua lingua viaggiava su tutto il suo corpo, le sue mani la sfioravano in punti che mostravano nuove sensibilità, le sue dita si insinuavano ovunque. Angela non diceva niente, non si opponeva, non chiedeva, mostrando di gradire quelle attenzioni muovendosi sinuosa, mentre i suoi gemiti eccitavano ancora di più Davide.
Pregustava il momento in cui avrebbe sentito il respiro di Davide sul suo sesso, la lingua che si tuffava nel suo lago. Solo il pensiero la faceva sciogliere. E quando puntualmente accadeva, lei si mordeva le labbra, pensando solo ad assecondare le sensazioni che la invadevano. Ora Davide stava portandola alle stelle, sentiva il piacere sul punto di esplodere, era fantastico, dolcissimo e potente. Tra un secondo sarebbe stata in paradiso. I suoi respiri erano intensi, i suoi movimenti più vivaci, poi improvvisamente Davide smise, le sfuggì un “no…”, poi aprì gli occhi “Davide?…” disse in un sospiro, ma lui non c’era. Vide solo la sua camera, era buia, guardò la radiosveglia, non erano neanche le sei. Accese la luce e si ricordò di essere sola.
Angela passò tutta la domenica mattina dormendo. Solo verso le due cominciò ad aprire un occhio. Inutile dire del malumore di Igor che continuava a saltare su e giù da letto in modo premeditato. Quando la domenica si svegliavano tardi, Davide si alzava, gli dava da mangiare e tornava sotto le coperte. Se invece la permanenza a letto era dettata da altre attività, Igor veniva chiuso fuori dalla stanza, fatto che viveva come un vero atto di lesa maestà.
Angela pensava a tutte le piccole cose che le sarebbero mancate se la rottura con Davide fosse diventata definitiva e le venne da piangere.
Poi pensò che non poteva continuare così, aveva bisogno di distrarsi. Prese il telefono vicino al letto per chiamare sua sorella, e improvvisamente si ricordò di quando suonava mentre lei e Davide facevano l’amore, di come lui si eccitasse a rispondere senza smettere l’altra attività e di come, soprattutto, riuscisse poi a ricordare il contenuto della conversazione. I quei momenti Angela cominciava a stuzzicarlo ancora di più, per scherzo, cercando di metterlo in difficoltà, tentando di estorcerli un gemito, una parola, qualcosa che lo potesse mettere in imbarazzo con l’interlocutore dall’altra parte del filo. Davide non si sottraeva, partecipando eccitato a quella gara di abilità che prevedeva, da una parte la capacità di restare concentrato sulla conversazione e dall’altra quella di continuare a fare l’amore senza perdere colpi. Più resisteva, più Angela si faceva audace, fino a quando non “cadeva la linea” misteriosamente. Naturalmente accadeva l’inverso quando a rispondere era Angela.
Insomma si innescava un giochino che non prevedeva vincitori o vinti, ma che di solito alla fine vedeva chi era stato messo in difficoltà, cercare affettuosamente vendetta infierendo sull’altro, scatenando nuove fantasie.
Quanto ancora sarebbe andata avanti cosi?
Quanti dettagli accumulati in dieci anni le avrebbero avvelenato la vita ogni volta che avrebbe fatto qualcosa?
La giornata si trascinò pigra e triste. Carolina non rispondeva al telefono, segno inequivocabile che aveva trovato compagnia. Al diavolo anche lei, era adulta dopotutto.
Verso sera iniziò a preparare una borsa con un po’ di indumenti. Che tempo avrebbe fatto a Parigi? Febbraio, mmmh… imprevedibile, come sempre. Pioggia alle 10, sole alle 11, vento a mezzogiorno, poi di nuovo pioggia e via così.
Nel preparare la borsa trovò di nuovo il cellulare di Wallace sulla sua strada. Sbucava sempre nei momenti più impensati, chissà che tipo era il proprietario… Un ragazzino? Un adulto? Che lavoro faceva, perché conosceva la sua lingua, cosa ci faceva a Milano? E soprattutto cosa voleva, perché non le chiedeva semplicemente di rendergli il telefono? Inoltre Angela non aveva ancora ricevuto la risposta al suo messaggio. Forse non aveva colto l’umorismo o forse si era già stancato di giocare? No, il motivo era probabilmente un altro, considerò quando tentò di accenderlo, cioè la batteria che segnalava urgente bisogno di energia, ma lei non possedeva il caricabatteria di quel modello. Un po’ le seccava comprarne uno apposta, visto che il telefono non era neanche suo, poi le venne in mente che il suo capo aveva uno degli ultimi modelli Nokia e pensò di prendere il prestito il suo l’indomani in ufficio, prima di andare in aeroporto. Tanto lui avrebbe pensato di averlo perso come al solito, non c’era problema.
Davide non la chiamò in tutto il giorno, né lei chiamò lui.
Così con questo stato d’animo se ne andò a dormire pronta a passare la settimana successiva nella ville lumiere, sola, triste, in compagnia del suo lavoro e di un costoso cellulare di proprietà di un misterioso signore scozzese, che conosceva l’italiano e poteva permettersi di perdere tempo giocando con lei.
Dato che la sua macchina era stata affidata alle cure di Gaetano, amico e meccanico di fiducia, andò in ufficio in taxi.
Appena entrata, Luisa la centralinista la salutò:
“Ciao Angela, ho qui i biglietti, il volo è alle 12”
“Grazie Lu, vado a fare un po’ di telefonate, poi mi chiami il taxi. Anzi c’è Renato?”chiese indicando l’ufficio del suo capo, un soppalco che sovrastava il grande loft in centro a Milano che avevano come ufficio.
“No, non ancora”
“Ok, guarda che prendo il suo carica cellulare. Te lo riporto venerdì. Acqua in bocca”
“Tranquilla” disse Luisa strizzandole l’occhio.
Angela mise sotto carica il Nokia mentre faceva le telefonate. Poi verso le dieci e trenta raccolse la sua roba e tornò da Luisa a prendere i biglietti.
“Beata te che vai a Parigi” disse la ragazza
Ma chissà perché tutti pensavano che se uno viaggia per lavoro vada a divertirsi! Se provassero cambierebbero idea subito. Più che alberghi e aeroporti non si vedono, o almeno per lei che non perdeva tempo e sul lavoro era affidabile e precisa, era così.
“Anzi già che vai, salutami Laurent” disse maliziosa
“Guarda che Laurent sta con una modella brasiliana da paura, ma se ti può consolare, ti posso dire cosa mi ha detto Pascal a proposito…” rispose Angela sorridendo dentro di sé per la simpatia di Luisa per Laurent, l’assistente di Pascal, il regista francese borioso appunto.
“Sì dai…”
“Ok, mi ha detto che c’est ne pas pour la vie ”
” ?? ”
” A Luì – disse Angela prendendo in giro l’accento romano della ragazza – non è per la vita, non è destinato a durare…capito ? Anche perché, se proprio lo vuoi sapere, Pascal ha qualche ideina in proposito, vedessi come la guarda…”
“Ma Laurent è più carino” piagnucolò la ragazza
“Luisa svegliati! Lei fa la modella a Parigi, tra un regista internazionale e uno sconosciuto assistente regista, secondo te chi sceglierà la ragazza?”
Luisa fece una faccia delusa e allungò i biglietti ad Angela “Tieni. Ora ti chiamo il taxi. Hiiii, che bel colore le tue unghie!!”
Merda, lo smalto, pensò Angela.
“Lasciamo perdere, piuttosto hai mica dell’acetone?”
“No, ma guarda giù in teatro, i truccatori dimenticano sempre qualcosa”
“Ok, volo, tienimi qui la borsa, chiama il taxi che arrivo” disse Angela correndo verso l’altra parte del loft.
Quando tornò le unghie erano tornate accettabili. Prese le sue cose e si avviò per uscire.
“Angela guarda che mentre eri di là è suonato il cellulare che avevi nella borsa, ho risposto io, era uno, gli ho detto che stavi prendendo un aereo per Parigi e di non richiamare prima delle 14 perché era spento”
“Ok, grazie” disse Angela e uscì. Era spento??? Ma come parlava? Un po’ meno Grande Fratello e qualche libro in più non le avrebbero fatto male, pensò divertita.
Il portiere, Giovanni la salutò cordiale “Ciao Angela, sempre in giro eh? Beata te!” disse guardando il trolley che si trascinava dietro. Eccone un altro, pensò Angela, quasi quasi ci manderei lui a Parigi con quel rompipalle di Pascal, poi vediamo chi è beato.
Mentre attendeva il taxi, un campanello suonò nella sua testa: cellulare…cellulare quale?
“Giovanni, tieni qui il taxi un attimo ho dimenticato una cosa!” disse tornando in ufficio di corsa
“Luisa quale cellu….” ma Luisa non c’era.
“E’ andata a fare le fotocopie” disse Barbara, la ragazza della contabilità che la stava sostituendo al centralino
Angela aspettò qualche attimo, ma Luisa non si vedeva.
“Angela c’è il taxi” le gridò da fuori Giovanni.
“Ok, non importa” disse Angela, pensando che si stava facendo venire degli scrupoli assurdi.
Si infilò nel taxi e non ci pensò più.