DAGO HERON

Taxi – capitolo 11

Il telefono cominciò a fare strani suoni, lunghi, brevi, musichette varie. Angela non capiva cosa premere. In genere se la cavava bene con le tecnologie, il computer le obbediva come un cagnolino, i più avanzati sistemi computerizzati di montaggio audio e video non facevano obiezioni ai suoi comandi, ma la telefonia cellulare non era proprio il suo forte. Se almeno ci fosse stata Carolina.

“Angela guardate che avete o’ telefonino che suona” le gridò dal fondo del bar Cosimo.

“Grazie, fin lì c’ero arrivata, ma non so cosa devo fare”

Cosimo lasciò le tazzine e andò da lei. “Ah, ma è di quelli che fanno pure le fotografie!”

Ecco un altro genio, pensò Angela un po’ scocciata, “Sì, li conosci?”

“No, ma che ci vuole? – disse il ragazzo con forte accento meridionale – visto uno, visti tutti” e iniziò a schiacciare velocissimo i tasti del telefono.

“No, niente, sono i messaggini. Ma vi siete comprata ‘sto po’ po’ di telefono e manco lo sapete usare?”

“No, non è mio… Insomma è troppo complicato, dai fammi leggere” tagliò corto Angela, che vista la giornatina che aveva avuto non aveva voglia di dare troppa corda a Cosimo. Già così si sentiva in diritto di non farsi gli affari propri, figuriamoci se gli avesse dato spazio. Se non fosse che sembrava il fratello gemello di Cannavaro e faceva il miglior caffè della zona, avrebbe già cambiato bar.

Guardò il display che segnalava parecchi messaggi in arrivo.

Cominciò a scorrerli, erano naturalmente inviati da persone a lei sconosciute, sicuramente gente che cercava il proprietario del telefono o che si lamentava per lo scherzo che aveva architettato con quella matta di Carolina e non li aprì neanche, non aveva né voglia. né tempo.

Poi ne notò uno che diceva: messaggio da Ethan Wallace. Diede ok incuriosita e lesse:

<a che gioco vogliamo giocare?>

Ah! Dunque sotto il gonnellino batteva un pezzetto di cuore italiano, pensò sorpresa. In realtà non era affatto certo, ma lì per lì le sembrò naturale crederlo. Spiritoso il nostro amico o incazzato, dipende. Sì vede che le foto avevano gettato un certo scompiglio nell’harem. Le venne da ridere, forse si erano spinte un po’ troppo in là, tutta colpa di Carolina, se non fa casino non è contenta.  Poi si fermò a riflettere, già, a che gioco stava giocando, perché non restituiva quel dannato telefono e la faceva finita? Non aveva abbastanza problemi senza doversi occupare anche di quell’affare?

L’istinto fu quello di rispondere: <Nessun gioco, dove vuole che le mandi il telefono?>

Ma non lo fece. Quella frase l’aveva colpita, le frullava nella testa mentre sorseggiava il caffè, c’era qualcosa che non tornava. Poi realizzò che su cinque parole, due parlavano di gioco. Il caffè cominciava a fare effetto, instillandole il dubbio che il misterioso proprietario avesse anche lui voglia di divertirsi un po’. In effetti era una frase curiosa per uno che aveva urgenza di rientrare in possesso dell’oggetto. Avrebbe piuttosto dovuto mandare un indirizzo, le sembrava più logico, tipo: La prego di spedire urgentemente il telefono a…..

E invece no, parlava di gioco. Strano.

Bene, concluse alla fine, vuoi giocare? Ok, vedremo di accontentarla mister Wallace.

Chiuse il telefono e lo ripose nella borsa cominciando a pensare a come rispondere adeguatamente.

 

 

Il giorno dopo, grazie al cielo era sabato!

Finalmente poteva dormire quanto voleva, era stata una delle settimane più dure della sua vita, non tanto per il ritmo di lavoro cui era abituata, ma per la storia con Davide che non sapeva ancora come catalogare.

Igor saltò sul letto alle otto come il solito, ma Angela si girò dall’altra parte ignorandolo. Il felino allora si accoccolò sopra le coperte, contro il corpo di Angela, iniziando a fare sonore fusa e riprendendo a sonnecchiare rassegnato.

Un paio d’ore dopo Angela riaprì gli occhi. C’era il sole e nonostante fosse solo l’inizio di febbraio sembrava già di sentire la primavera nell’aria. Naturalmente la temperatura era di quelle da togliere ogni illusione, ma attraverso i vetri della camera era un’immagine  piacevole da pensare.

Subito Igor balzò giù dal letto e le trotterellò dietro in cucina miagolando, reclamando la colazione. “Ok, ok, ho capito, ecco… ma quante storie… grasso come sei un po’ di digiuno ti farebbe solo bene…” disse Angela accarezzandogli il testone mentre il gatto si tuffava felice sui croccantini.

Aprì il frigorifero “Oh, no…il latte…uff!” disse Angela sbattendo la porta del frigo contrariata. Con tutto il casino di quei giorni proprio non ci aveva pensato a comprarlo. Decise per un tè nero carico, con una fettina d’arancio, più fette biscottate e yogurt. Mise tutto sul tavolo, poi fissò la colazione per qualche secondo e si diresse verso il soggiorno.

Frugò un po’ nel mobile e tornò in cucina con una spessa tavoletta di cioccolato bianco ai cereali, una vera bomba calorica che si permetteva solo sui campi di sci. Guardò la colazione con aria di sfida e poi addentò soddisfatta il cioccolato. Alla fine si leccò le dita voluttuosamente, si preparò e uscì da casa.

La giornata era invitante, il cielo terso, l’aria frizzante, ma abituata al grigiore milanese la luce la infastidiva e infilò i suoi fidi occhiali da sole che portava anche d’inverno. Il sole le piaceva ma i suoi occhi non riuscivano a sopportarlo. Mancanza di ferro, aveva sentenziato Jolanda, l’erborista, riempiendola di bottiglini e pillole costosissimi, rivelatisi ovviamente totalmente inefficaci. Ma Angela era convinta e continuava a ingurgitare quella roba con cieca fiducia. Ci vuole tempo, sosteneva ostinata.

Si infilò in macchina e si diresse fuori città pensando di fare un salto al solito vivaio, così per dare un’occhiata e anche perché era un luogo piacevole dove passeggiare. Girare in auto per le stradine di campagna era una delle cose che amava e non appena giunta al limite urbano sentì l’impulso irresistibile di fare una di quelle cose per le quali Davide la rimproverava sempre. Anzi, forse era proprio la voglia di fare qualcosa che sapeva che lui non approvava ad istigarla.

Così allacciò la cintura, che in città non metteva mai, si sistemò meglio sul sedile, mise il cd di Ligabue nel lettore dell’auto, alzò il volume al livello massimo che poteva sopportare e si lanciò sulla statale, in quel momento non particolarmente affollata, in direzione di Vigevano. Dopo pochi chilometri svoltò a destra inoltrandosi in stradine tutte curve che sembravano appartenere al paesaggio di un cartone animato. Intorno, il panorama dei campi che i trattori che preparavano per la semina. File di pioppi sfrecciavano in direzione opposta alla sua, ai due lati dell’auto. Man mano che si inoltrava guidando più veloce di quanto il buon senso avrebbe suggerito, si sentiva più leggera, pervasa da un’euforia che la musica ritmata del Liga esaltava. Tutto adesso era più lontano, ogni cosa sembrava sotto una luce diversa e chissà forse Davide avrebbe anche cambiato idea, poteva accadere no? In fondo non sarebbe stato il primo, forse la paura di perderla lo avrebbe fatto riflettere, ma sì, si convinse alla fine, vedrai, andrà a finire così. E comunque al diavolo anche Davide pensò, ora sto bene qui, mi voglio godere questo momento e si mise a cantare a voce alta canzoni che sapeva a memoria fin all’ultima sfumatura, battendo le mani sul volante a tempo di musica. Era felice, si stava davvero rilassando, aveva preso il ritmo della strada e pigiò un po’ di più sull’acceleratore, la voce roca del Liga nelle orecchie, le percussioni nel sangue, il ritmo della musica che la trapassava, possedendola fisicamente fin dentro ogni cellula. La realtà si stava deformando come il paesaggio che ormai percepiva come macchie colorate intorno a lei, tutto ora sembrava facile, sereno, le soluzioni a portata di mano. Guidò così per quasi mezz’ora, concentrata sulla strada e sulla musica che poteva sentire per ore senza stancarsi, godendosela un mondo.

Qualcosa attirò la sua attenzione a sinistra, un attimo, un battito d’ali, un niente impercettibile. Il tempo di voltarsi per capire cosa fosse e quando riportò lo sguardo davanti a sé un brontosauro di metallo rosso, sbucato da una stradina alla sua destra, aveva occupato quasi tutta la stretta carreggiata. Angela calcolò senza neanche accorgersene che non aveva più lo spazio per proseguire. Alberi a destra, mostro davanti. Agì d’istinto facendo la sola cosa possibile: sterzò bruscamente a sinistra oltrepassando la carreggiata lanciata a velocità folle in uno spazio che non poteva sapere cosa le riservava, ma del quale percepiva solo l’assenza di alberi. Per un attimo lunghissimo il parabrezza inquadrò solo il cielo e tutti rumori si fecero ovattati, poi una botta tremenda la avvisò di essere tornata sulla terra. Solo allora si ricordò di frenare aggrappandosi al volante gridando e resistendo all’istinto di portarsi le braccia davanti per proteggersi. Probabilmente fu proprio questo ad evitare il peggio. La macchina continuò la sua corsa per parecchi metri rimbalzando come un pallone da basket, ma restando con le ruote per terra fino a fermarsi in quella che Angela riconobbe più tardi come una risaia asciutta. Realizzò dopo qualche secondo che era ferma, che era viva e che era ancora intera. Riusciva a respirare, riusciva a muoversi, non le sembrava di sentire dolore, la macchina era ancora intera, non aveva urtato niente, l’air bag inspiegabilmente era ancora al suo posto. Tutto era accaduto in pochi secondi ma dilatati come la scena di un film vista al rallentatore.

 

Un’ora dopo, mentre il carro attrezzi caricava l’auto sul pianale, vide Davide venirle incontro a grandi passi con un’aria che non lasciava presagire niente di buono. Angela era sicura che per la prima volta in dieci anni le avrebbe mollato un ceffone ma non si mosse. Ma sì, in fondo se lo meritava e poi a chi altri poteva chiedere aiuto se non a lui?

Si fermò davanti a lei, era talmente furibondo per lo spavento che gli aveva fatto prendere da avere il fiato corto e, evidentemente indeciso se parlare o agire, scuoteva la testa incapace di pronunciare una parola. I capelli arruffati, la barba lunga, il modo in cui era vestito parlavano della velocità con la quale si era fiondato da lei, non che Angela ne dubitasse, ma in quel momento quel dettaglio la intenerì particolarmente.

Istintivamente avrebbe voluto rannicchiarsi contro di lui senza parlare, sentire solo il suo abbraccio forte e rassicurante, ma quando Davide aprì bocca cambiò idea.

“Cosa dovrebbe rappresentare questa cosa?? – disse indicando la macchina sul carro attrezzi – Spiegami, volevi attirare la mia attenzione, farmi dispetto o volevi dimostrare che vuoi fare di testa tua, che non te ne frega niente di come la penso? Lo sai che potevi ammazzarti? Ti sembra un comportamento responsabile, da adulto, da una che vorrebbe fare la madre??” concluse sarcastico alzando la voce.

I suoi occhi azzurri erano pieni di odio, disperazione, paura e voglia di fare male.

Stronzo, fu la prima cosa che pensò Angela: “Davide mi serve solo un passaggio, risparmiami la tua psicologia del cazzo” rispose con l’aria di compatirlo e avviandosi verso il fuoristrada del suo compagno con aria di sfida. Trattarlo da imbecille dopo che si era scapicollato fin nelle campagne lombarde per lei, le sembrò in quel momento la miglior vendetta possibile. Angela poteva essere la persona più dolce del mondo, ma se attaccata riusciva ad essere davvero sgradevole. Sapeva di essere più forte e non sopportava di essere messa all’angolo. Ovviamente aveva torto, ma si sarebbe fatta ammazzare piuttosto che ammetterlo. Era disposta ad accettare il suo rimprovero, avrebbe accettato anche un gesto impulsivo, ma non doveva farla passare per stupida. Questo non poteva accettarlo. Se la sua macchina era andata a far compagnia alle rane era anche colpa sua, che gli piacesse o no.

Tornando a casa nella macchina di Davide, Angela finse di dormire per non dovergli parlare. In realtà si era presa uno spavento pazzesco, però non era pentita, prima si era divertita un sacco e in fondo se non si fosse distratta…

Ma questo si guardò bene dal dirlo a Davide.