Appena uscita dalle porte automatiche dell’aeroporto di Linate, Angela fu accolta dall’abbraccio gelido e umido dell’inverno milanese e, nonostante ci fosse abituata, non fu piacevole.
Era stata una giornata dura cominciata alle sette di quella mattina con un volo a rischio nebbia per Roma, al quale erano seguite un paio d’ore in balia degli irascibili taxisti della capitale, alcune ore di riunioni in più punti della città e, dulcis in fundo, un errore informatico che aveva cancellato la prenotazione per il ritorno, con conseguente altra ora di attesa a Fiumicino. E adesso che finalmente era arrivata, quel clima fastidioso ad accoglierla non faceva che acuire la sua voglia di infilarsi al più presto sotto le coperte.
Eppure di solito amava il clima meneghino, la nebbia che avvolge le cose, l’atmosfera ovattata, l’odore tipico che solo i nativi, come amava orgogliosamente definirsi, sapevano apprezzare.
Già, perché lei rappresentava la fatidica settima generazione della sua famiglia nata sotto la Madonnina, cosa della quale andava molto fiera. Inoltre, sapere che le origini dei suoi avi non oltrepassavano il Lombardo-Veneto, supportava perfettamente il suo orgoglio di appartenere ad una razza ormai geneticamente adattata al clima padano. Proprio per questo le piaceva prendere in giro bonariamente, ma con un pizzico di ostentazione, i suoi colleghi trasferiti da poco a Milano con un giochino che si ripeteva ogni volta che c’era un nuovo venuto. Ai primi freddi, più o meno tra ottobre e novembre, amava presentarsi in ufficio vestita leggera, pronunciando davanti agli infreddoliti colleghi frasi entusiaste sul freddo che finalmente cominciava a farsi sentire. Se poi, come da copione, i malcapitati transfughi dei paesi caldi avevano l’infelice idea di ribattere lamentandosi del freddo, ecco che allora Angela partiva con la sua schiacciata a rete preferita: “Freddo??!!?? Ma questo è niente, vedrete a gennaio quando il termometro scende sottozero, le strade diventano gelate e al mattino c’è la brina sui prati!” per poi uscire con eleganza dalla stanza dopo essersi divertita a lasciare di sasso i suoi colleghi. A volte riusciva ad essere veramente antipatica, lo sapeva, ma non poteva farne a meno, era più forte di lei. Era un divertimento un po’ stupido d’accordo, ma le piaceva infierire ogni tanto sul prossimo, giusto per il gusto di farlo.
In ogni caso quella sera persino il ricordo del suo amore per il clima nordico non placava il fastidio per lo spiffero che si ostinava ad infilarsi nel collo del cappotto facendola rabbrividire mentre, in coda in attesa di un taxi, pensava perché diavolo ce ne fossero così pochi a quell’ora.
Man mano che passavano i minuti il disagio delle persone in attesa di tornare a casa era palpabile e traducibile in una sorta di ferocia latente pronta a scatenarsi su chiunque si fosse anche lontanamente sognato di non rispettare l’esatto ordine di precedenza. Finalmente, dopo un buon quarto d’ora di vigile attesa, arrivò il turno di Angela la quale, non prima di essersi assicurata che il veicolo fosse rigorosamente riservato ai non fumatori, si infilò nel taxi comunicando dove voleva essere portata. Fu proprio mentre si sistemava sul sedile posteriore che avvertì qualcosa di rigido sotto il cappotto. Infilò una mano ed estrasse un cellulare ultimo modello, di quelli in grado di inviare anche fotografie. Angela rimase perplessa, guardò il taxista assorto nella manovra di immissione sul viale Forlanini e senza pensare spense l’apparecchio e lo fece scivolare nella borsa. Non sapeva bene perché l’aveva fatto, di solito non si comportava in quel modo, in altri frangenti avrebbe informato l’autista del ritrovamento, ma ormai era fatta. Come sua abitudine quando voleva vedere le cose come le faceva più comodo, considerò il ritrovamento un piccolo premio del destino per la giornata faticosa appena trascorsa e dentro di sé si senti perfino soddisfatta. Così chiuse bene la borsa e non ci pensò più.
Dopo tutto quel freddo, il tepore della sua casa le sembrò ancora più piacevole e man mano che si spogliava sentiva invadere il suo corpo da una sensazione di benessere che la rilassava dalla testa ai piedi. Aprì l’acqua della grande vasca idromassaggio e versò un po’ di olio da bagno dal profumo speziato, si spogliò e si immerse godendo di quel piccolo grande piacere. Dopo il bagno si fece una tazza di thè verde e si infilò sotto le coperte. Il suo compagno con il quale condivideva a periodi l’appartamento, era fuori città per alcuni giorni e Angela fu felice di non dover condividere quei momenti con nessuno. Per qualche attimo pensò di darsi piacere da sola, ma era troppo stanca e si addormentò di schianto.