DAGO HERON

La sopresa

[Revisione 01.2025]

Erano passati giorni da quella incredibile notte, ma non era più riuscita a incontrarlo. Era comparso improvvisamente, come per magia a casa sua e, dopo una fantastica notte d’amore, era svanito lasciando solo un biglietto con tre semplici frasi: “Sono sempre con te, sono sempre dentro di te, pensami.” Aveva conservato quel biglietto e non aveva fatto altro che pensare a lui, facilitata dai continui SMS e dalle lunghe telefonate che si scambiavano.

Paola era impressionata dalle reazioni che il suo corpo aveva da quando lui era entrato nella sua vita. Il suono della sua voce, o anche semplicemente i suoi messaggi, scatenavano in lei sensazioni incontrollabili: i capezzoli si gonfiavano doloranti, il suo sesso si bagnava e lei, a un certo punto, non poteva fare altro che masturbarsi. Se poi, durante questi momenti, era al telefono con lui, gli orgasmi diventavano travolgenti come se fosse lui lì a toccarla, a darle piacere. Ciò che più la stupiva di se stessa era come avesse accettato naturalmente di lasciarsi guidare dal desiderio in una docile sottomissione. Non soffriva la sua lontananza fisica, ma il suo corpo lo reclamava costantemente. Aveva compreso che questa dinamica amplificava la loro eccitazione, il loro desiderio reciproco. Una volta non avrebbe mai accettato una situazione simile, ma lui, da quando era entrato nella sua vita, l’aveva cambiata in molti modi, e questo cambiamento non le dispiaceva affatto.

Era a casa da sola mentre pensava a tutte queste cose e ad altre. Aveva consumato una cena frugale, aveva riordinato la cucina e tutta la casa per tenersi impegnata, ma il desiderio di lui la consumava. Sperava almeno di sentirlo al telefono o, piuttosto che niente, qualche SMS. La televisione accesa era solo un rumore di sottofondo, inutile distrazione mentre la sua mente era piena di lui, del bisogno di sentirlo sopra di lei, dentro di lei, di sentirsi posseduta ancora una volta. Indossava un camicione di seta sul corpo nudo, e ogni movimento creava un gioco di sensazioni che la faceva impazzire. Il tessuto scivolava sulla sua pelle come una carezza infinita, stuzzicando i suoi sensi già accesi. I capezzoli, turgidi e ipersensibili, rispondevano al minimo sfioramento della seta con brividi che le attraversavano tutto il corpo, inviando scariche di piacere direttamente al suo sesso. Sul divano, persa nei suoi pensieri, la sua mano scivolò naturalmente tra le cosce, dove il sesso glabro pulsava ancora al ricordo dell’ultima notte passata insieme. Improvvisamente sentì il campanello suonare. L’orario era molto strano e la sua mente pensò subito a qualcosa di grave o di pericoloso, ma guardando dallo spioncino non vide nessuno. La curiosità fu più forte di lei e, dopo qualche istante, aprì un pochino la porta per guardare sul pianerottolo. Vide un grosso pacco appoggiato sullo zerbino con sopra una busta. “Per Paola da Dago”. Velocemente portò dentro il pacco e si sedette sul divano a leggere il biglietto.

Cara Paola,

Mi scuso per questi giorni di assenza, ma il lavoro mi ha tenuto lontano da te.

Non ho fatto altro che pensarti.

Ho voglia di incontrarti, di fare l’amore con te, di giocare con te…

Vuoi giocare con me?

Solo due giocatori: io e te.

Se accetti, indossa esclusivamente ciò che troverai nel pacco ed esci. Raggiungi a piedi Corso Roma. Fai una lenta passeggiata, fermati a guardare le vetrine.

Arrivata in fondo al corso, entra nel parco e segui il sentiero fino al tempietto.

Vicino troverai una cabina telefonica – chiamami da lì.

Fino a quel momento, nessuna chiamata.

Se non te la senti…

Rimetti semplicemente il pacco fuori dalla porta e accendi e spegni tre volte la luce del bagno.

So già che non mi deluderai.

Dago

Quella lettera le provocò un brivido lungo la schiena, ma poterlo rivedere le faceva superare ogni esitazione. Con mani tremanti aprì il pacco, trovandovi tre scatole numerate di diversa grandezza. L’impazienza ebbe il sopravvento e praticamente disintegrò la prima scatola. Al suo interno, un completo intimo che le mozzò il respiro: ridottissimo non solo nelle misure, ma anche nei pezzi – reggiseno a balconcino, reggicalze e calze, nulla più. Il colore era di un piacevole azzurro che le piaceva molto. Si sfilò il camicione con un movimento rapido e carico di impazienza e si mise davanti allo specchio a indossare il completino. La misura sembrava cucita su di lei, il colore esaltava la sua carnagione in modo perfetto. Osservandosi allo specchio, si perdette ad ammirare come quella mise valorizzasse ogni sua curva, immaginando già l’effetto che avrebbe fatto su Dago.

Con il cuore che batteva sempre più forte, aprì il secondo pacchetto. Un paio di scarpe con un tacco a spillo vertiginoso dello stesso colore del completo la fecero sorridere per l’audacia della scelta. Riguardandosi allo specchio notò come le slanciavano maggiormente la gamba. Un pensiero improvviso la colpì – si stava vestendo come una donna di facili costumi per un incontro clandestino – ma mentre si guardava ancora una volta si rispose con fierezza: “Sono vestita come una donna che vuol fare felice il proprio uomo”, e con rinnovato entusiasmo si precipitò ad aprire l’ultimo pacchetto.

L’ultimo dono la lasciò senza fiato. Nel pacco giaceva una magnifica pelliccia di visone, lunga, da sogno, ma nient’altro. Rimase a contemplarla, accarezzandone il pelo morbido, pensando che Dago sapeva spingersi sempre oltre e che probabilmente, accettando questo gioco, anche lei avrebbe iniziato a cambiare l’orizzonte dei propri limiti, senza sapere fino dove lui l’avrebbe portata. La tentazione fu troppo forte: la indossò, lasciando che l’avvolgesse come un abbraccio caldo e lussuoso. Era splendida, la pelliccia che ogni donna sogna di possedere. Tecnicamente non mostrava nulla di inappropriato, anche se camminando il reggicalze poteva intravedersi, e chinandosi i seni minacciavano di rivelarsi – ma sarebbe stata attenta. Il desiderio di lui era troppo forte, il bisogno di lui troppo intenso: avrebbe fatto qualsiasi cosa. Raccolse lo stretto indispensabile e uscì di casa.

In ascensore, il suo riflesso nelle pareti cromate le rimandava l’immagine di una donna che faticava a riconoscere. I suoi occhi scuri, solitamente concentrati su vetrini e microscopi, ora brillavano di un’intensità nuova sotto le ciglia lunghe. Controllò nervosamente che tutto fosse in ordine, anche se sotto la pelliccia c’era ben poco da sistemare. La porta dell’ascensore si aprì e il suo cuore quasi si fermò: sul pianerottolo, un gruppo di persone attendeva di salire. Sentì il sangue affluirle al viso mentre i loro sguardi sembravano penetrare la pelliccia, come se potessero vedere attraverso il visone il suo corpo quasi nudo, i suoi seni generosi a malapena contenuti dal reggiseno di pizzo. Abbassò lo sguardo e si affrettò verso l’uscita, consapevole di come il tacco alto trasformasse il suo solito passo misurato in qualcosa di più sinuoso, quasi felino.

L’aria fredda di gennaio la investì appena varcato il portone, insinuandosi sotto la pelliccia come dita di ghiaccio sulla sua pelle nuda. Quel contrasto brutale tra il caldo della pelliccia e il freddo che le accarezzava le cosce la fece rabbrividire, risvegliando sensazioni che non sapeva nemmeno di possedere. Ogni passo era una scoperta: il tacco a spillo che scandiva il suo incedere sull’asfalto, il reggicalze che le sfiorava le cosce, il seno che oscillava quasi libero a ogni movimento. Le sue mani, abituate alla precisione clinica dei test di laboratorio, ora tremavano leggermente nell’afferrare i lembi della pelliccia, cercando un’illusoria protezione.

Mentre si dirigeva verso corso Roma, evitava i pochi passanti cambiando marciapiede, sentendosi vulnerabile e al tempo stesso stranamente potente. Era come se la voce di Dago, quel timbro caldo e profondo che sembrava riverberare direttamente nel suo ventre, avesse risvegliato una parte di lei che era sempre esistita, sepolta sotto anni di autocontrollo e compostezza professionale. Non era una trasformazione, realizzò, ma una rivelazione.

Il trillo del telefono vibrò attraverso il silenzio della strada come una carezza inaspettata. Poco prima di imboccare il corso, Paola estrasse il cellulare dalla tasca della pelliccia, le dita che tremavano leggermente mentre leggeva il messaggio di Dago: “Calmati, nessuno sa come sei vestita, solo io e te. Goditi questa passeggiata.”

Il suo sguardo saettò intorno, cercando di penetrare l’oscurità tra i palazzi. Sapeva che era lì, da qualche parte, che la osservava. Il pensiero di quegli occhi verdi striati di ambra che seguivano ogni suo movimento le provocò un brivido che non aveva nulla a che fare con il freddo della sera. Si sforzò di rilassarsi, lasciando che il suo respiro trovasse un ritmo più calmo, cedendo al gioco di potere che lui aveva orchestrato con tale maestria.

Entrando nel corso illuminato, scoprì che la folla, paradossalmente, la faceva sentire più sicura. Gli sguardi che attirava ora sembravano scivolare sulla pelliccia come gocce di pioggia, e lei iniziò a muoversi con maggiore sicurezza, consapevole della propria femminilità in un modo nuovo, quasi inebriante. Si fermò davanti a una vetrina, attratta da un paio di scarpe eleganti. Il prezzo era scritto in piccolo e, senza pensare, si chinò per leggerlo meglio. Fu il riflesso nel vetro a rivelarle il suo errore: dietro di lei, un uomo la fissava con occhi spalancati, la pelliccia che si era aperta quel tanto che bastava per suggerire la quasi totale nudità sottostante. Si raddrizzò di scatto, il sangue che le colorava nuovamente il viso, ma questa volta il suo imbarazzo si trasformò in una risata sommessa, quasi complice.

Il telefono vibrò ancora: “Visto che faccia il tipo? Ti sei divertita? Anche io. Che ne dici di divertirci un po’ di più? Slaccia un bottone della pelliccia e lascia che si capisca qualcosa di più.”

La voce della ragione tentò un’ultima, debole protesta, ma fu sommersa dall’ondata di eccitazione che le attraversò il corpo. Con dita che ora tremavano per l’anticipazione più che per il nervosismo, slacciò un bottone. Ad ogni passo, la pelliccia si apriva quel tanto che bastava per rivelare il reggicalze, un’allusione di pelle nuda che attirava sguardi sempre più espliciti. Gli uomini si giravano al suo passaggio, alcuni sussurravano commenti, ma lei non provava più vergogna. Si sentiva potente, desiderata, e soprattutto sicura, sapendo che da qualche parte, nascosto tra la folla, Dago la proteggeva con la sua presenza invisibile ma tangibile.

Davanti alle vetrine illuminate, Paola sentiva il proprio corpo rispondere a un richiamo ancestrale, qualcosa di più profondo della semplice provocazione. Ogni movimento era guidato da un’energia primitiva che le faceva dimenticare anni di autocontrollo, mentre la sua mente razionale si arrendeva al puro istinto.

Le reazioni degli uomini erano immediate, viscerali: occhi che si dilatavano, passi che rallentavano, conversazioni che si interrompevano a metà. Ma erano gli sguardi delle donne a colpirla maggiormente – alcuni di disapprovazione, altri di segreta ammirazione, come se riconoscessero in lei una libertà che desideravano ma non osavano esprimere. Paola si muoveva tra loro come in trance, ogni sguardo un tributo alla sua femminilità finalmente liberata, ogni sussurro un conferma del suo potere appena scoperto.

Il suo sesso pulsava ormai al ritmo dei suoi passi, eccitato non tanto dall’esposizione in sé, quanto dalla consapevolezza che da qualche parte, mescolato tra la folla, Dago stava orchestrando questa sinfonia di desiderio. Il pensiero della sua presenza invisibile, di quegli occhi che la spogliavano mentre altri potevano solo immaginare, trasformava ogni suo movimento in un atto di seduzione dedicato unicamente a lui.

Si fermava, fingendo di osservare le vetrine, ma in realtà studiando nei riflessi le reazioni che provocava. Il reggicalze che faceva capolino sotto la pelliccia era come una promessa sussurrata, un’allusione a ciò che restava nascosto. Un movimento improvviso la colse di sorpresa: la pelliccia si aprì completamente quando si girò per guardare una vetrina, rivelando il contrasto mozzafiato tra il lussuoso visone e la quasi totale nudità del suo corpo, appena velato dal pizzo azzurro del completino intimo. Un uomo di mezza età, che stava passando in quel momento, si fermò di colpo, gli occhi sgranati fissi sul reggicalze che incorniciava le sue cosce. Paola avrebbe dovuto sentirsi esposta, vulnerabile, invece si ritrovò ad assaporare quell’attimo di puro desiderio negli occhi dello sconosciuto, consapevole che da qualche parte, Dago stava godendo della sua audacia.

Continuava a muoversi tra la folla come se danzasse, ogni passo un battito del cuore che la avvicinava alla fine del corso, al parco, a lui. Il suo corpo era ormai un vulcano di sensazioni: i capezzoli turgidi che sfregavano contro il pizzo del reggiseno, l’aria fredda che le accarezzava le cosce nude, il calore umido che cresceva tra le sue gambe. Non era più la donna timida che arrossiva per uno sguardo troppo insistente. Era una dea della sensualità che camminava tra i mortali, consapevole del proprio potere e della propria vulnerabilità, e l’eccitazione di questa dualità la stava consumando.

Lasciandosi alle spalle le luci del corso, Paola si addentrò nel parco. L’atmosfera mutò istantaneamente: il silenzio avvolse ogni suo passo, interrotto solo dal ticchettio dei suoi tacchi sul selciato. L’illuminazione più tenue creava un gioco di ombre che sembravano danzare intorno a lei, come presenze invisibili che la osservavano.

Nel silenzio notturno, la sua consapevolezza corporea si acuì. Ogni sensazione si amplificava: il movimento dei suoi seni contro il tessuto delicato del reggiseno, i capezzoli turgidi che reagivano al più lieve sfioramento della seta all’interno della pelliccia. L’aria fredda si insinuava tra le pieghe del visone, accarezzandole la pelle nuda in un contrasto di temperature che la faceva rabbrividire di piacere. Il suo sesso pulsava a ogni passo, sensibile e umido, in attesa di ciò che sarebbe seguito.

Lungo il viale scarsamente illuminato, scorse due figure maschili che si avvicinavano nella sua direzione. Un brivido di paura mescolato a un’inattesa eccitazione le attraversò la spina dorsale. I due uomini rallentarono visibilmente al suo passaggio, ma fu il loro silenzio improvviso a colpirla – un silenzio denso di desiderio trattenuto. La sua femminilità, così esposta eppure protetta dal lussuoso bozzolo della pelliccia, emanava un richiamo impossibile da ignorare. Non era più solo il suo corpo ad essere nudo sotto la pelliccia, ma la sua stessa essenza che si rivelava, vulnerabile e potente allo stesso tempo. Nei loro sguardi colse un lampo di riconoscimento, non della sua persona, ma di quella forza primordiale che la abitava quella notte.

La cabina telefonica emerse dalla penombra come un confessionale di vetro e metallo. Il cuore le batteva forte mentre si avvicinava, conscio che ogni suo movimento era sotto l’occhio attento di Dago. Sul telefono trovò una piccola scatola elegante con un biglietto scritto nella sua calligrafia decisa: “Apri la scatola. Poi chiamami.” Impaziente, compose il numero di Dago a memoria, dimenticandosi della scatola.

La voce calda e profonda di Dago riempì immediatamente il piccolo spazio della cabina: “Apri la scatola.” Il tono era gentile ma deciso, non ammetteva repliche. All’interno, un oggetto in silicone rosa intenso dalla forma inequivocabile, elegante nella sua semplicità. “Dentro la scatola trovi le istruzioni per collegarlo.” Le dita tremavano eseguendo i suoi ordini, ed il tremore non era dato dalla temperatura. Dopo pochi minuti rispose “Fatto, ti ho mandato la richiesta di collegamento!” disse tenendo in mano il fallo che pochi secondi dopo vibrò per due volte, come a dare un segnale.

“Ora voglio che apri la pelliccia e inizi a masturbarti con il mio regalo…” di nuovo quella sensazione di paura ed eccitazione che le mescolava le viscere, mentre la mano ubbidiva alle sue richieste, slacciava la pelliccia, infilava facilmente l’oggetto nella sua figa “…e lascia che sia io a decidere quando il tuo corpo potrà godere.”

Le ginocchia quasi le cedettero mentre eseguiva il suo comando, il respiro che si faceva più pesante nell’aria confinata della cabina. L’anticipazione di ciò che sarebbe seguito la faceva tremare, consapevole che il suo piacere era ora letteralmente nelle mani di quest’uomo che aveva il potere di farla impazzire con un semplice tocco sul suo telefono.

Il primo impulso di vibrazione la colse di sorpresa, strappandole un gemito che risuonò nella cabina. La voce di Dago, bassa e controllata, le arrivò attraverso il telefono: “Silenzio, piccola… non vorrai attirare l’attenzione, vero?” Con la cornetta premuta contro l’orecchio, diede leggermente le spalle alla strada, lasciando che la pesante pelliccia nascondesse i movimenti della sua mano mentre iniziava a muovere il dildo dentro e fuori dal suo sesso bagnato. Le vibrazioni, controllate da Dago, si sincronizzavano perfettamente con i suoi movimenti, creando un’armonia di sensazioni che la faceva ansimare contro il ricevitore.

Il rumore di passi sul vialetto la fece irrigidire, ma la voce di lui la tenne ancorata al momento: “Non fermarti. Guardali mentre passano. Più veloce.” Attraverso il riflesso del vetro della cabina, poteva scorgere le figure che si avvicinavano, ignare di ciò che stava accadendo a pochi passi da loro. Dago aumentò l’intensità delle vibrazioni proprio in quel momento, e Paola dovette soffocare un gemito mordendosi il labbro. I suoi fianchi ora si muovevano da soli, spingendo contro la sua mano mentre l’oggetto vibrava sempre più forte dentro di lei. “Vieni per me, ora,” sussurrò lui, e fu come se quelle parole avessero premuto un interruttore nel suo corpo. L’orgasmo la travolse in onde successive, costringendola ad aggrapparsi all’apparecchio per mantenersi in piedi, mentre il suo sesso pulsava ritmicamente intorno al dildo che continuava a vibrare implacabile.

Le ci vollero alcuni minuti per ritrovare il controllo delle gambe, il respiro ancora irregolare, il corpo che vibrava di piacere residuo. Con mani tremanti, sfilò delicatamente il dildo dal suo sesso ancora pulsante, avvolgendolo nel fazzoletto di seta che trovò nella scatola. Si sistemò la pelliccia, il contatto della fodera di seta sulla pelle nuda ora ancora più elettrizzante dopo l’intenso orgasmo.

“Il tempietto,” disse lui con quella voce che la faceva sciogliere, “ti aspetto lì.” La comunicazione si interruppe, lasciandola sola con il suono del proprio cuore che batteva ancora forte nel petto.

Uscì dalla cabina su gambe malferme, l’aria fredda della notte che le accarezzava il viso arrossato. Mentre si incamminava lungo il sentiero verso il tempietto, ogni passo le ricordava quanto fosse esposta, quanto fosse sua. Non più la donna timida e controllata di qualche ora prima, ma una creatura di puro desiderio che camminava nell’oscurità verso il suo maestro di piacere.

Il tempietto emergeva dalla penombra come una struttura antica e misteriosa, le colonne che creavano un gioco di ombre nella luce soffusa dei lampioni del parco. Era una semplice costruzione circolare, leggermente appartata rispetto al sentiero principale, ma quella notte sembrava carica di una tensione quasi palpabile.

Con il cuore che le martellava nel petto, Paola salì i tre gradini che portavano al centro della struttura. Il suono dei suoi tacchi sul marmo risuonava nel silenzio della notte, ogni passo un’eco delle sensazioni intense che aveva appena vissuto.

“Spero che il mio regalo ti sia piaciuto…” La voce di Dago, calda e profonda come brandy invecchiato, si materializzò tra le colonne. Il tono era malizioso, complice. L’iniziale sussulto di sorpresa si trasformò immediatamente in un brivido di eccitazione che le attraversò la schiena.

Si voltò lentamente, cercandolo nell’oscurità, quando un movimento attirò la sua attenzione. La figura di Dago emerse dalla penombra con quell’eleganza naturale che lo caratterizzava, il suo magnetismo che sembrava riempire lo spazio tra le colonne. La luce fioca giocava sui suoi capelli brizzolati, accendeva riflessi ambrati nei suoi occhi.

“Sei uno spettacolo incredibile,” mormorò lui avvicinandosi, la sua voce roca di desiderio. “Il modo in cui ti muovi, come quella pelliccia accarezza il tuo corpo… mi hai fatto impazzire per tutta la sera. Sei la tentazione fatta donna.” Una mano grande e calda le sfiorò la guancia, mentre i suoi occhi la divoravano con bramosia trattenuta.

Il bacio si fece più profondo, più esigente, mentre le mani di Dago si infilano dentro la pelliccia ormai completamente aperta, scivolavano lungo il corpo di Paola, mappando ogni punto sensibile. Lei sentì le sue dita forti sulle natiche e istintivamente spinse il bacino contro di lui, sentendo la sua eccitazione attraverso i pantaloni. Le sue mani si mossero d’istinto verso la zip di Dago, le dita che tremavano per l’urgenza mentre la abbassava.

La sorpresa la pervase quando scoprì che non indossava biancheria intima, e il suo membro duro scivolò immediatamente tra le sue dita. Lo accarezzò con movimenti lenti ma decisi, sentendolo pulsare nel suo palmo, mentre lui le mordeva delicatamente il collo, strappandole gemiti sempre più intensi. Ora era lei che voleva fare impazzire lui, fargli perdere il controllo. Guido il suo cazzo tra le cosce, intrappolandolo tra la morbida carne dei si muscoli e la sua figa bagnata, continuando a massaggiarlo, mentre si stringeva a lui, gemendo nelle sue orecchie quanto lo desiderava.

Con un movimento fluido che parlava di forza controllata, Dago la sollevò, appoggiandola contro una colonna, mentre lei avvolgeva istintivamente le gambe attorno ai suoi fianchi. La pelliccia si aprì completamente, lasciandola esposta all’aria fredda della notte, ma il calore che emanava dai loro corpi creava una bolla di calore intorno a loro.

Il suo sesso era già bagnato, pronto per lui dopo il gioco nella cabina telefonica. Quando Dago la penetrò con una spinta decisa, il piacere fu così intenso che dovette mordersi il labbro per non gridare. Lui la teneva saldamente, usando la colonna di marmo come supporto mentre iniziava a muoversi dentro di lei con un ritmo che parlava di urgenza troppo a lungo trattenuta.


La colonna solida dietro di lei amplificava ogni spinta di Dago, il suo corpo intrappolato tra la pietra immobile e la forza primordiale dell’uomo che la possedeva. L’eleganza controllata che lo caratterizzava si era dissolta, lasciando emergere qualcosa di più ancestrale, un essere guidato da puro istinto. Le sue mani, prima così misurate, ora la stringevano con una urgenza quasi dolorosa, ogni dito che lasciava impronte di possesso sulla sua pelle.

Paola sentiva il suo respiro accelerare contro il collo, il ritmo che si faceva più intenso, più esigente. Il suo corpo rispondeva come uno strumento perfettamente accordato, ogni movimento una nota in una sinfonia di piacere che cresceva d’intensità. Le sue unghie affondarono nelle spalle di lui attraverso la camicia, mentre lui scivolava ancora più profondamente dentro di lei.

“Guardami,” ringhiò lui, la voce ormai ridotta a un suono gutturale, quasi irriconoscibile dal desiderio. Quando i loro occhi si incontrarono, fu come se il tempo si cristallizzasse. In quello sguardo c’era tutto: il desiderio grezzo della serata, il gioco di potere, la fiducia assoluta che permetteva questa danza sul bordo dell’accettabile. Il piacere si costruiva come un’onda, ogni spinta un gradino verso qualcosa di trascendente.

Le sue spinte si fecero più profonde, più selvagge, ogni movimento che la schiacciava contro la colonna con forza crescente. Paola sentiva il controllo di Dago dissolversi completamente, trasformato in pura brama animale. Le sue mani le afferrarono i fianchi con tale intensità che sapeva che avrebbe trovato i segni il giorno dopo, marchi del suo possesso che desiderava ardentemente portare.

“Sei mia,” ringhiò contro il suo collo, la voce ormai irriconoscibile, rotta dal desiderio. “Tutta mia.” Le parole erano intervallate da morsi e baci che le marchiavano la pelle sensibile. Lei rispose avvolgendo le gambe più strettamente intorno ai suoi fianchi, permettendogli di penetrarla ancora più a fondo, il suo corpo che si arrendeva completamente a questa versione primitiva dell’uomo che conosceva.

L’orgasmo si costruì come un’onda di tsunami, inarrestabile. Paola sentì il suo sesso stringersi ritmicamente intorno al membro di Dago, mentre lui aumentava ancora il ritmo delle spinte, ogni movimento più brutale del precedente. Quando il piacere esplose, fu come se ogni sensazione della serata – l’esibizionismo per strada, il gioco nella cabina, questa possessione selvaggia – convergesse in un singolo punto di pura estasi. Il suo grido di piacere fu soffocato dalla bocca di lui che catturò la sua in un bacio famelico, mentre il suo corpo si tendeva come un arco sotto le spinte ora frenetiche di Dago.

Le contrazioni del suo orgasmo sembrarono risvegliare qualcosa di ancora più primordiale in Dago. Le sue mani si mossero verso l’alto, strappando via il reggiseno di pizzo con un gesto quasi violento. La sua bocca trovò i capezzoli già turgidi, alternando morsi e suzione con una fame insaziabile che mandava scariche elettriche direttamente al suo sesso ancora pulsante. Ogni sensazione si amplificava, si fondeva con la precedente, creando una catena ininterrotta di piacere che cresceva invece di diminuire.

Le spinte si fecero caotiche, spasmodiche, il ritmo perso nell’urgenza del desiderio puro. Il respiro di Dago era ormai ridotto a grugniti animaleschi contro la sua pelle, i suoi denti che lasciavano segni sempre più profondi. Paola sentiva il suo corpo rispondere a questa ferocia primitiva, il suo sesso che si contraeva nuovamente, preparandosi a un secondo orgasmo ancora più intenso del primo.

“Riempimi,” sussurrò, o forse lo gridò – ormai incapace di distinguere il confine tra pensiero e voce. Fu come se quelle parole avessero spezzato l’ultimo filo del controllo di Dago. Con un ruggito gutturale, Le spinte aumentarono improvvisamente di frequenza e intensità, poche ma intense, poi il primo fiotto di sborra calda le riempì la figa. Il corpo di davo tremava mentre affondava i denti nel suo seno destro. I lombi ordinarono un’altra spinta e un altro fiotto di sborra colpì in pieno la cervice. E poi ancora e ancora, fino a quando il corpo e il cazzo di Dago si furono svuotati di ogni goccia di piacere. Questa sensazione di calore che la inondava, combinata con i morsi quasi feroci sul suo seno, la trascinò in un secondo orgasmo che sembrava fondersi con il primo, onde di piacere che si sovrapponevano e si amplificavano a vicenda, fino a che ogni sensazione si fuse in un unico punto di pura estasi.

Con delicatezza studiata, Dago la lasciò scivolare lungo il suo corpo fino a terra. Le gambe di Paola tremavano ancora per l’intensità dell’orgasmo, ma il suo desiderio di lui era tutt’altro che appagato. Si lasciò cadere in ginocchio con grazia deliberata, i suoi occhi scuri che non abbandonavano mai quelli di lui mentre la sua bocca trovava il suo sesso ancora bagnato dei loro umori mescolati. C’era qualcosa di quasi reverenziale nel modo in cui la sua lingua iniziò a pulirlo, assaporando il sapore complesso della loro passione condivisa.

Dago affondò le dita nei suoi capelli castani, non per guidarla – lei non aveva bisogno di guida – ma per ancorarsi a qualcosa mentre la sua bocca esperta lo portava verso nuove vette di piacere. La sentiva esplorare ogni centimetro della sua carne sensibile: la lingua che tracciava percorsi elaborati lungo la sua lunghezza, le labbra che si chiudevano attorno a lui con una pressione perfettamente calibrata, alternando momenti di dolcezza quasi insopportabile a altri di intensità mozzafiato.

Un gemito profondo gli sfuggì quando la sentì scendere più in basso, la sua lingua che giocava con i suoi testicoli prima di risalire lungo l’asta con una lentezza straziante. Era un’adorazione carnale, un atto di devozione espresso attraverso il piacere. Dago si ritrovò a pensare che non aveva mai incontrato una donna che traesse tanto piacere nel dare piacere, che si abbandonasse così completamente all’atto di adorare un uomo con il proprio corpo.

La vide alternare questi momenti di pura oralità ad altri dove premeva il suo sesso tra i seni generosi, il contrasto tra la morbidezza della sua carne e la durezza rinnovata del suo membro che creava sensazioni quasi insostenibili. Ogni volta che la punta sfiorava i suoi capezzoli ancora sensibili dai morsi precedenti, entrambi tremavano per l’intensità della sensazione.

Improvvisamente, con la grazia felina che l’aveva caratterizzata per tutta la serata, Paola si alzò in piedi. La sua mano non abbandonò mai il sesso di Dago, ora completamente rigido, mentre i suoi occhi scansionavano l’ambiente circostante con un’intenzione che prometteva nuove avventure.

L’espressione perplessa di Dago si dissolse in un sorriso quando lei lo afferrò con decisione, la mano che si chiudeva attorno alla sua carne dura come un’ancora di desiderio. “Seguimi,” sussurrò, e in quella singola parola c’era una promessa che fece tremare entrambi. Il ruolo di dominatore che lui aveva interpretato per tutta la serata stava per subire un’intrigante inversione.

Lo guidò verso una panchina nascosta tra le ombre, e quando lo fece sedere, il modo in cui si mise a cavalcioni su di lui parlava di un’urgenza primitiva. La pelliccia li avvolse come un bozzolo di lusso, creando un universo privato fatto di respiri accelerati e pelle contro pelle. Le sue dita trovarono i bottoni della camicia di lui, liberandoli uno ad uno mentre la sua bocca tracciava un percorso di baci lungo il suo collo. Il contrasto tra l’aria gelida della notte e il calore dei loro corpi creava una sinfonia di sensazioni che li faceva tremare entrambi.

“Per un po’ comando io,” mormorò contro le sue labbra, e quando si abbassò su di lui, accogliendolo nella sua figa calda e affamata di lui, fu come se ogni molecola d’aria tra loro si caricasse di elettricità. Si muoveva con una lentezza studiata, ogni movimento un’onda di piacere che si propagava attraverso entrambi i loro corpi, i fianchi che ruotavano, i muscoli vaginali che aggiungevano sensazioni. Le mani di lui trovarono i suoi seni, ora liberi dal reggiseno, strizzandoli, massaggiandoli, le dita che torturavano i capezzoli. Il tutto senza mai smettere di baciarsi, le lingue che facevano a loro modo sesso.

Fu in quel momento che qualcosa cambiò nei suoi occhi. Con uno sguardo che parlava di sottomissione e potere allo stesso tempo, sollevò leggermente i fianchi, lasciando che lui scivolasse fuori da lei. “Voglio che tu capisca,” sussurrò, la voce roca di desiderio, “che puoi prendermi come vuoi. Sono tua, completamente tua.” E con quelle parole, guidò il suo cazzo, ancora lubrificato dei suoi umori, dritto nel suo culo. Un’iniziale fitta di dolore le attraversò il corpo quando lui la penetrò, un bruciore intenso che si trasformò quasi subito in una sensazione di pienezza inebriante. Si lasciò scivolare lentamente lungo la sua lunghezza, sentendo ogni centimetro che la riempiva, fino a quando, con un gemito gutturale che venne dal profondo delle viscere, si lasciò impalare completamente su di lui.

Puntando i piedi contro la panchina per un migliore controllo, iniziò a muoversi con un’urgenza che parlava di desiderio grezzo, arcaico. La duplice sensazione – il bruciore delizioso del suo culo stirato dal cazzo di Dago e le dita di lui che trovavano facilmente la sua figa, aperta, spalancata dire – creava un vortice di piacere che le annebbiava i sensi. Era un circolo virtuoso di piacere: più lei si spingeva contro di lui, più le sue dita affondavano dentro di lei, più il suo membro si faceva duro dentro il suo corpo.

“Vengo, Paola…” La sua voce era ridotta a un sussurro spezzato, quasi una preghiera. “Sì,” rispose lei, “riempimi, fammi tua completamente.” Le sue spinte si fecero frenetiche, incontrollate, mentre pensieri sempre più sconci e volgari le riempivano la mente, e quando il suo piacere esplose dentro di lei, caldo e pulsante, il suo corpo rispose con un orgasmo che la fece tremare fino al midollo.

Rimasero così, avvolti nella pelliccia, il cazzo di Dago ancora nel suo culo pulsante, i corpi che vibravano per gli ultimi echi del piacere condiviso, il respiro che lentamente tornava normale nell’aria fredda della notte.

Il sudore cominciava a raffreddarsi sulla loro pelle, creando una patina di brividi che li fece stringere ancora più vicini. Dago l’avvolse nella pelliccia, un gesto protettivo che andava oltre il semplice riparo dal freddo. “Che ne dici di andarcene da qui? Ho la macchina qui vicino,” sussurrò contro i suoi capelli, le labbra che sfioravano delicatamente la sua tempia. Paola rispose solo con un lieve cenno del capo, ancora persa nelle sensazioni che vibravano attraverso il suo corpo. Quando lui scivolò fuori da lei, entrambi trattennero il respiro per quella piccola intimità condivisa, quell’ultimo momento di connessione fisica.

Nel breve tragitto verso la macchina, i loro corpi trovarono naturalmente una nuova forma di vicinanza. Paola si aggrappò al suo braccio, la testa appoggiata nell’incavo della sua spalla come se quel posto fosse stato creato apposta per lei. Le sue dita si intrecciarono con quelle di lui in una danza silenziosa di piccole carezze. Ogni tanto, Dago girava il viso per posare un bacio leggero sui suoi capelli, un gesto così naturale da sembrare un riflesso involontario.

L’abitacolo della macchina li accolse con il suo tepore, creando un nuovo spazio intimo tutto loro. L’aria era densa del loro profumo mescolato, un’essenza di passione e desiderio che li avvolgeva come una seconda pelle. Paola si sentì immediatamente avvolta da quel calore familiare, il suo corpo che si rilassava contro il sedile mentre le sue dita continuavano a giocare distrattamente con la nuca di Dago.

“Dove vuoi andare?” chiese lui mentre accendeva il motore, la sua voce ancora roca per le emozioni recenti. Lei aprì leggermente la pelliccia, un gesto che era al tempo stesso invito e promessa. “Non saprei,” rispose con un sorriso malizioso che illuminava i suoi occhi scuri, “secondo te, vestita così, dove potremmo andare?”

La risata di Dago riempì l’abitacolo, calda e complice. “Ho un’idea,” mormorò, immettendosi nel traffico notturno. Paola si abbandonò contro lo schienale, il viso rivolto verso di lui, studiando il suo profilo che si illuminava ad intermittenza sotto i lampioni. Le note di Vangelis fluttuavano nell’aria mentre la macchina scivolava silenziosa fuori città, verso le colline. Le sue dita non smettevano di accarezzare la nuca di lui, un tocco delicato che parlava di intimità e possesso, mentre lui occasionalmente voltava il viso per catturare il suo sguardo, comunicando senza parole promesse di piaceri ancora da venire.

La scoperta del cambio automatico scatenò in Paola un’idea maliziosa. Con un movimento fluido, aprì completamente la pelliccia, esponendosi deliberatamente alla luce intermittente dei lampioni e ai fari delle auto che incrociavano. Prese la mano di Dago e la guidò tra le sue cosce, un invito esplicito che lui colse immediatamente. Le sue dita la trovarono già bagnata, il sesso ancora sensibile per gli orgasmi precedenti. Lui la prese con tutta la mano, stringendola possessivamente prima di iniziare a massaggiarla con movimenti lenti e studiati. Lei appoggiò la propria mano sopra quella di lui, guidandolo verso il suo clitoride gonfio, spingendolo dentro la sua figa, le sue dita unite a quelle di lui. Il calore nell’abitacolo sembrava aumentare ad ogni respiro.

“Mi hai scopata in ogni modo,” sussurrò con voce roca, Dago si girò a guardarla, faticando a riconoscere la donna che aveva ricevuto i pacchetti con quella di adesso, orgoglioso di quel cambiamento provocato da lui. “Hai sborrato nella mia figa e nel mio culo… tranne qui,” e si chinò verso il suo grembo con un movimento deciso. Le sue dita esperte liberarono il suo membro dalla costrizione dei pantaloni. Era ancora semi-flaccido per gli orgasmi precedenti, ma questo non fece che aumentare il suo desiderio di risvegliarlo.

La sua lingua iniziò a tracciare percorsi studiati lungo tutta la lunghezza, sentendolo rispondere gradualmente alle sue attenzioni. Lo prese in bocca delicatamente, la lingua che giocava con la punta mentre una mano massaggiava delicatamente i testicoli. Poteva sentirlo indurirsi contro il suo palato, ogni pulsazione un piccolo trionfo che la faceva gemere di soddisfazione. Esiste nulla di più eccitante, per una donna, di sentire il suo uomo eccitarsi per qualcosa che lei gli sta facendo? Sentire il potere di farglielo venire duro ogni volta che vuole, anche dopo che è già venuto più volte?

Quando sentì la macchina rallentare, alzò appena la testa. “Non osare fermarti,” il tono era secco, deciso, autoritario. “Se fermi la macchina non solo non avrai il pompino, ma mi porterai anche a casa…” Lo osservò qualche secondo, prima di tornare a prenderlo completamente in bocca. Dago accelerò con un gemito frustrato, una mano vagava su suo corpo, cercava i suoi seni, cercava tra le sue gambe, le dita che scivolavano facilmente nel suo sesso bagnato.

Era una danza pericolosa: lei che lo succhiava con dedizione sempre maggiore, lui che cercava di mantenere il controllo dell’auto mentre le sue dita esploravano la sua intimità con crescente urgenza. Non paga, Paola nuovamente prese anche il controllo della sua mano, guidandola sapientemente dove poteva darle maggiore piacere in quel momento. Quando sentì che era vicino, Dago affondò una mano nei suoi capelli, stringendo con forza e forzandola nel movimento, obbligandola ad ingoiare tutta la sua carne. Lei mugolò di approvazione, il suono vibrava attorno al suo membro mentre aumentava il ritmo, invitandolo silenziosamente a lasciarsi andare, mentre lei guidava la mano di Dago a sgrillettarla più velocemente.

“Paola… vengo…” La sua voce era rotta, quasi irriconoscibile. Paola avrebbe voluto succhiarlo di più, fare qualcosa ma la mano di Dago la blocco, il suo cazzo piantato praticamente fino in gola e poi, uno dopo l’altro, arrivarono i fiotti di sperma, “Non ti azzardare a lasciare uscire una goccia e sporcarmi il vestito!” Il tono era come una fucilata… dritto tra le sue cosce. Mentre succhiava ed ingoiava tutta la sua crema, la sua figa esplose in uno squirt che battezzò il sedile della lussuosa auto di Dago.

La macchina rallentò e si fermò. Paola non sapeva dove fossero. Era ancora con la testa appoggiata sulle gambe di Dago, il suo membro ormai rilassato che le sfiorava il viso come una carezza intima. L’aria nell’abitacolo era densa dei loro odori mescolati, un profumo che parlava di desiderio appagato e promesse ancora da mantenere.

“Perché ti sei fermato?” Gli chiese con un filo di voce, ancora persa in quella nebbia di piacere appena vissuto.

“Siamo arrivati,” le rispose lui dolcemente, le dita che le accarezzavano il viso con una tenerezza che contrastava con la passione animale di poco prima. Paola si sollevò lentamente su un gomito, lasciando che i suoi occhi si abituassero all’oscurità fuori dal finestrino. Davanti a loro si stagliava un piccolo chalet in legno, la sua sagoma scura che si fondeva con le colline sullo sfondo.

“Dove siamo? Dove mi hai portata?” chiese, mentre una scintilla di eccitazione le attraversava il corpo al pensiero di cosa potesse ancora succedere in quella notte infinita.

“In un posto tranquillo,” mormorò lui, “dove potremo continuare a esplorare questi nuovi confini che abbiamo appena scoperto.” Le sue parole erano cariche di promesse, ma c’era anche qualcosa di più profondo – un’intimità che andava oltre il puro desiderio fisico.

Quasi controvoglia, Paola abbandonò la sua posizione sul suo grembo, sistemandosi la pelliccia attorno al corpo. L’aria fresca che si insinuava sotto il tessuto le ricordava la sua nudità, risvegliando sensazioni che credeva esaurite. Seguì Dago verso l’ingresso, i suoi passi che scricchiolavano sulla ghiaia del vialetto.

Quando lui aprì la porta, la luce calda di un camino acceso li accolse, illuminando una stanza ampia e accogliente. “Nella tana del lupo,” mormorò lei con un sorriso malizioso, “avevi previsto tutto fin dall’inizio.”

“Diciamo che speravo,” rispose lui, attirandola a sé, “ma tutto quello che è successo stasera… quello ha superato ogni mia fantasia. Con te è impossibile prevedere cosa potrebbe accadere.”

“E adesso?” sussurrò lei, mentre lasciava che la pelliccia scivolasse deliberatamente dalle sue spalle, cadendo ai suoi piedi con un fruscio di seta contro pelle. Era un’offerta, una dichiarazione, un invito che non richiedeva parole.

Un sorriso si dipinse sul volto di Dago, quel sorriso che le faceva tremare le ginocchia. “Adesso abbiamo tutta la notte per scoprirlo,” mormorò, chiudendo la porta dietro di loro.