DAGO HERON

Capitolo 6 – Senza tregua

Si erano accordati. Avevano deciso che un po’ di aria non gli avrebbe fatto male, e per evitare spiacevoli incontri, Dago le propose una gita in campagna in un posto tranquillo. Nei suoi occhi brillava una luce particolare mentre le parlava di questo luogo che conosceva bene, un rifugio dove potevano essere solo loro due, lontani da occhi indiscreti.

Avevano preso la macchina e si erano diretti a nord di Milano, una zona che Dago conosceva abbastanza bene. Mentre guidava, le raccontò del periodo della sua infanzia passato da quelle parti, ogni aneddoto una piccola finestra sul suo passato che apriva apposta per lei. Le storie fluivano naturali, ricche di dettagli divertenti di tutto quello che aveva combinato da ragazzino. La voce di Dago si colorava di nostalgia e divertimento, creando un’intimità diversa da quella fisica che avevano condiviso fino a quel momento.

Paola rideva a crepapelle e spesso si doveva asciugare le lacrime, lamentandosi che così le si rovinava il trucco. Ma Dago la guardava di sottecchi mentre guidava, pensando che non aveva mai visto nulla di più bello del suo viso così spontaneo, senza maschere. Le sue risate riempivano l’abitacolo della macchina, creando una bolla di felicità che sembrava proteggerli dal mondo esterno.

Dago fermò la macchina in cima a una collina dominata da una bellissima villa. Il posto emanava un’eleganza discreta, perfetta per loro. “Questo è uno dei ristoranti migliori della zona,” spiegò con un sorriso complice. “Io lo adoro perché, oltre a mangiare bene, i tavoli sono molto riservati.” Fece una pausa, gli occhi che brillavano di malizia trattenuta. “E poi dopo mangiato si può fare una bella passeggiata nel loro parco.”

Il pranzo, come preannunciato, fu molto gradevole, un’esperienza che solleticava tutti i sensi. Il servizio impeccabile creava un’illusione di privacy perfetta – i camerieri apparivano solo quando necessario, come ombre discrete che scivolavano ai margini della loro intimità, permettendo loro di perdersi in una conversazione che fluiva naturale, carica di sottintesi e promesse sussurrate.

Paola continuava a stuzzicarlo sotto il tavolo, ogni movimento del suo piede una piccola scintilla che accendeva il desiderio. Quando Dago rispose alla provocazione, lasciando scivolare la mano lungo la sua gamba in una carezza audace, lei reagì con un gesto che gli mozzò il respiro – si sfilò scarpa e calza con studiata lentezza, ogni movimento una promessa di quello che sarebbe seguito.

Con la grazia di una danzatrice, si liberò del perizoma in un movimento così fluido e discreto che solo lui poteva coglierne il significato più profondo. Il contatto del suo piede nudo contro la sua figa era elettrico, intimo, proibito. Gli si strofinava contro con un’insistenza che tradiva il suo crescente desiderio, e lui sentiva il liquido caldo e appiccicoso bagnargli il piede – una prova tangibile della sua eccitazione che lo faceva impazzire. Il contrasto tra l’ambiente raffinato e quell’intimità così cruda rendeva ogni sensazione più intensa, più proibita.

A stento riuscì a trattenerla seduta fino alla fine del pranzo, combattendo contro l’impulso di prenderla lì, incurante degli sguardi altrui. La giornata splendeva di una luce dorata, quasi complice, e lui la convinse a fare due passi nel parco. “Godiamoci un po’ di sole e di aria pura,” le sussurrò, la voce roca di desiderio trattenuto. “Poi torniamo nella nostra Milano e ti prometto che non scappo. Ma fammi fare due passi per digerire.” Le parole erano semplici, ma i suoi occhi promettevano molto di più.

Passeggiarono dimentichi del mondo reale che li aspettava, il sole caldo che bruciava sulla pelle mentre i loro corpi vibravano di desiderio contenuto. Paola, esasperata dai continui passi falsi sul ghiaietto traditore, sentiva crescere dentro un’urgenza quasi insopportabile.

Si sdraiarono sul prato, isolati tra le altre coppie sparse che mantenevano quella distanza non scritta ma rispettata, come un patto silenzioso. La vicinanza di Dago era una tortura dolce. Paola si avvinghiò a lui come una fiera affamata, la bocca che cercava la sua con disperazione mentre la mano scivolava nei suoi pantaloni, trovando subito il suo cazzo.

Lo strinse con possessività, massaggiandolo per renderlo duro come lo voleva lei. Lui tentò di resistere, ma il suo corpo lo tradiva, risposto al suo tocco con un’urgenza primordiale. Gli montò sopra, gli occhi che brillavano di lussuria: “Ti ricordi che ho tolto le mutandine?”

Dago rimase per un istante sospeso tra desiderio e incredulità, il sangue che gli pulsava nelle vene come mercurio bollente. Lei non gli diede il tempo di pensare – le sue dita esperte liberarono il suo cazzo dai pantaloni con movimenti rapidi e precisi, nascondendolo subito sotto la gonna in un gesto che mescolava pudore pubblico e oscenità privata.

“Tu devi stare fermo, altrimenti se ne accorgono tutti… e qui ti conoscono.” Il suo sussurro era un comando velato di minaccia eccitante. Paola iniziò a muoversi con studiata lentezza, la sua figa bagnata che scivolava lungo l’asta dura, ogni movimento una promessa di perdizione. Il piacere si accendeva nei suoi occhi come una fiamma che divorava ogni traccia di prudenza, e quando finalmente lo fece scivolare dentro, il calore umido del suo sesso lo avvolse come una morsa vellutata.

Si muoveva con una lentezza esasperante, il minimo indispensabile per non tradirsi, ma quel controllo forzato rendeva ogni sensazione più acuta, più profonda. L’eccitazione di Dago era già al limite, alimentata dal calore bruciante della sua fica e dal rischio di essere scoperti.

“Voglio che mi riporti a casa e che mi scopi come non hai mai scopato nessuna…” Il sussurro di Paola era roco, spezzato dall’eccitazione, mentre continuava a muoversi e a bagnarsi sempre di più, il suo corpo un invito alla dannazione.

Mai una donna l’aveva provocato così nel profondo. “Ti giuro che ti farò dire basta,” la sua voce era un ringhio basso, primitivo. “Lascerò che le mie fantasie più perverse diventano realtà su di te, userò ogni parte del mio corpo per farti godere, non avrò pietà!”

Le parole di Dago scatenarono un vortice di immagini proibite nella mente di Paola. Il suo corpo rispose con un’ondata di eccitazione incontenibile che la fece perdere il controllo, i movimenti che diventavano più frenetici, più disperati.

Lui la afferrò per i fianchi, bloccandola con una presa d’acciaio. “Piano,” il suo ordine era un sibilo urgente, “devi muoverti piano, ricordati dove siamo.”

“Non posso… non ci riesco…” La sua voce era pura supplica.

“Devi!” La guidò in un ritmo lento, torturante.

Il contrasto tra il desiderio selvaggio di cavalcarlo come una furia e l’obbligo di mantenere un controllo ferreo la portò sull’orlo di un precipizio di piacere. Ogni movimento controllato era una tortura squisita, ogni fremito trattenuto amplificava le sensazioni fino a renderle quasi insopportabili. La sua figa pulsava intorno al cazzo di Dago, stringendolo in spasmi sempre più intensi.

Il primo schizzo di sperma caldo la colpì nel profondo come una scarica elettrica, innescando il suo orgasmo. Paola affondò i denti nel collo di Dago, soffocando l’urlo primordiale che le saliva dalla gola. Il suo corpo tremava incontrollato mentre lui continuava a riempirla, ogni nuovo fiotto di sborra calda un’onda che prolungava il suo piacere. Le sue unghie si conficcarono nella carne di lui, lasciando segni rossi che sarebbero durati giorni.

Rimasero immobili, i corpi ancora uniti e tremanti, il respiro pesante che cercava di ritrovare un ritmo normale. Il mondo intorno a loro tornava lentamente a fuoco, ricordando loro dove si trovavano, cosa avevano appena osato fare. La gonna di Paola, unica barriera tra il loro atto proibito e gli occhi del mondo, era umida dei loro umori mescolati.

Fu difficile ricomporsi e rialzarsi senza dare nell’occhio, i loro corpi ancora tremanti di piacere, le gambe instabili come dopo una tempesta. Dago cercava di guadagnare tempo, il suo cazzo ancora sensibile pulsava al ricordo di quello che era appena successo, ma Paola era insaziabile, un’urgenza animale le bruciava nelle vene.

Tentò di distrarla facendole visitare ogni angolo del parco, ma gli bastava guardare i suoi occhi verdi carichi di promesse oscene per capire che era tutto inutile. Nel tardo pomeriggio si arrese all’inevitabile. In macchina, mentre guidava verso casa, lei lo torturava dolcemente – la lingua che tracciava percorsi umidi sul suo collo, i denti che mordevano il lobo dell’orecchio, la voce roca che gli sussurrava tutto quello che voleva fargli, che voleva farsi fare. La sua figa era ancora bagnata, l’odore del loro sesso precedente mescolato a quello del suo nuovo desiderio rendeva l’abitacolo una camera di tortura sensuale. Era impossibile resisterle.

Rientrarono a casa. Paola gli si avvinghiò contro come una femmina in calore, il suo corpo che vibrava ancora di desiderio insoddisfatto. Dago sentiva ogni muscolo protestare per il troppo piacere – mai una donna l’aveva prosciugato così completamente, eppure il suo cazzo reagiva ancora alla pressione di quei seni contro il petto.

“Ti prego, concedimi almeno il tempo di un bagno.” La sua voce tradiva una stanchezza che lo sorprendeva, mescolata a un’eccitazione che non voleva morire.

Paola lo studiò con quegli occhi verdi che sembravano volerlo divorare, la testa inclinata come una gatta affamata che valuta la preda. “D’accordo,” sussurrò, le labbra che si piegavano in un sorriso malizioso, “a patto che posso venire in bagno con te a lavarti la schiena.” Non era una richiesta, era una dichiarazione di intenti.

Dago entrò in bagno, iniziando a preparare la vasca idromassaggio. Il corpo gli doleva in modi che non credeva possibili, ogni muscolo un ricordo dei piaceri condivisi. Paola mormorò qualcosa sul cambiarsi, sulla necessità di mettersi “più comoda” – parole che promettevano nuove, dolci torture.

La vasca lo attendeva come un’amante misericordiosa, l’acqua calda che prometteva sollievo ai suoi muscoli esausti. Si immerse lasciando che l’idromassaggio pulsasse contro la sua pelle, sciogliendo nodi di piacere accumulato. Abbandonò la testa all’indietro, gli occhi chiusi, ma le immagini dietro le palpebre erano tutte di lei – il suo corpo che si muoveva sopra di lui nel parco, la sua bocca che lo cercava, la sua figa che lo stringeva.

Non la sentì entrare. Quando riaprì gli occhi, lei era lì – aveva scelto di indossare solo la sua camicia, un gesto di possesso che lo eccitava più di qualsiasi lingerie. Il tessuto bianco quasi trasparente rivelava la sua nudità come un velo di nebbia che si dissolve al sole. Il suo sguardo era fisso sull’erezione che emergeva dall’acqua – un tradimento del suo corpo stanco che rivelava quanto ancora la desiderasse.

Paola si stagliava in piedi accanto alla vasca, la camicia di lui che le accarezzava le curve come un amante geloso. Iniziò a sbottonarla con una lentezza calcolata, ogni bottone un’anticipazione che faceva pulsare il cazzo di Dago nell’acqua calda. La stoffa scivolò dalle sue spalle rivelando i seni pieni, i capezzoli già duri di desiderio che puntavano verso di lui come accuse di lussuria.

Nuda, alzò una gamba per entrare nella vasca, il movimento che apriva la sua figa alla vista di lui – un invito osceno che il suo corpo non poteva ignorare. Si immerse nell’acqua con la grazia di una sirena, posizionandosi a cavalcioni su di lui, le cosce che scivolavano lungo le sue sotto la superficie mentre si abbassava. Il contatto delle loro pelli nell’acqua calda mandava scariche elettriche lungo la spina dorsale di Dago.

Lo baciò con una delicatezza che contrastava con l’urgenza del suo corpo. “Vedi che non sai stare senza di me?” sussurrò contro le sue labbra, la voce roca di desiderio. Non gli diede tempo di rispondere – con un movimento esperto, guidò il suo cazzo dentro la sua figa calda e bagnata, più bagnata dell’acqua che li circondava.

I loro corpi fluttuavano nell’acqua mossa dall’idromassaggio, ogni bolla una carezza aggiuntiva sulla pelle ipersensibile. Dago era allo stremo, il suo corpo un campo di battaglia tra stanchezza e desiderio, ma Paola aveva il controllo totale. Raccolse i suoi seni pieni nelle mani, offrendoli alla sua bocca come frutti proibiti. Lui li leccò e succhiò avidamente, mentre lei continuava il suo movimento ipnotico su e giù lungo la sua asta.

Si abbandonò completamente al piacere, gli occhi chiusi per concentrarsi sulle sensazioni che il suo cazzo gli mandava – il calore stretto della sua figa che lo spremeva, le pareti vellutate che lo massaggiavano, il contrasto tra l’acqua calda e il fuoco del suo sesso.

Il suo cazzo pulsava dentro la figa di Paola come un animale intrappolato in una morsa di velluto. Le pareti del suo sesso erano vive, si contraevano intorno a lui con una precisione quasi dolorosa – si stringevano quando lei saliva, massaggiandolo fino quasi a spremerlo, poi si aprivano come un fiore carnivoro quando la sua cappella spingeva di nuovo dentro. Il calore dentro di lei era insostenibile, un inferno di piacere che contrastava con la temperatura dell’acqua che lambiva la base del suo cazzo quando lei si sollevava.

La guardò – Paola cavalcava il suo membro ad occhi chiusi, il viso trasfigurato in una maschera di estasi pura, le labbra socchiuse in un gemito silenzioso. I suoi seni oscillavano ipnotici seguendo il ritmo delle sue spinte. Li afferrò con ferocia, stringendoli fino a lasciarle i segni delle dita sulla carne. Lei rispose affondando sulla sua asta con un colpo secco che gli mozzò il respiro.

Imprigionò i suoi capezzoli tra pollice e indice, tormentandoli con una pressione crescente. Li strizzò, li tirò, li fece roteare tra le dita finché non li sentì duri come pietre. Paola accelerò i movimenti, il suo corpo che rispondeva al dolore con ondate di piacere sempre più intense.

La prese per la nuca, stringendo i capelli nel pugno, e la tirò verso di sé. Il primo bacio fu quasi gentile, un contrasto assurdo con la violenza dei loro corpi, ma quando lei schiuse le labbra si trasformò in qualcosa di animale – le loro lingue che lottavano come bestie in calore, i denti che mordevano, il sapore metallico del sangue che si mescolava alla saliva.

Scivolò con la bocca sul suo collo, marchiando la pelle con morsi che avrebbero lasciato lividi, poi scese sui seni. Li succhiò con furia, alternando i capezzoli, mordendoli fino a sentirla sussultare di dolore e piacere.

Paola aveva perso ogni controllo, il suo corpo posseduto da un ritmo demoniaco. L’acqua intorno a loro era impazzita – le onde dell’idromassaggio si confondevano con quelle generate dai loro movimenti sempre più frenetici, creando vortici che sembravano volerli trascinare negli abissi del piacere.

Il corpo di Dago si risvegliò sotto di lei come un animale che riemerge dal letargo. Le sue mani si ancorarono ai fianchi di Paola, guidandola in un ritmo più profondo, più esigente. Lei rispose inarcando la schiena, offrendogli i seni mentre affondava il suo cazzo sempre più dentro di sé. I loro movimenti si sincronizzarono in una danza primordiale – lui che spingeva dal basso mentre lei si abbassava, ogni colpo che li portava più vicini all’estasi.

Sentivano l’orgasmo costruirsi come una tempesta all’orizzonte. Il cazzo di Dago pulsava sempre più forte dentro di lei, mentre la figa di Paola lo stringeva in spasmi sempre più frequenti. Lei si piegò in avanti, i capezzoli che strusciavano contro il suo petto, sussurrandogli quanto lo sentiva duro, quanto lo voleva dentro.

Le loro bocche si cercarono con ferocia animale. Non era più un bacio – era un atto di possesso, di divoramento reciproco. Le lingue si intrecciavano come serpenti in calore, i denti mordevano le labbra fino a far sgorgare gocce di sangue che si mescolavano alla saliva. Paola gli mangiava i gemiti direttamente dalla gola, mentre lui le divorava gli ansiti di piacere.

Il piacere esplose tra loro come una bomba a frammentazione. Il cazzo di Dago eruttò dentro di lei, riempiendo la sua figa di sperma bollente mentre le pareti del suo sesso lo stritolavano in spasmi violenti. Le loro bocche rimasero incollate, il bacio che diventava ancora più profondo, più selvaggio, come se volessero divorarsi l’un l’altra attraverso quella connessione carnale. Le unghie di lei gli graffiavano il petto mentre lui le tirava i capelli, entrambi persi in un vortice di piacere che sembrava non avere fine.

Solo quando gli ultimi tremiti dell’orgasmo si placarono, il bacio si trasformò in qualcosa di più dolce, più languido. Le loro lingue continuavano a danzare, ma ora con la pigrizia soddisfatta di amanti saziati. Il sapore metallico del sangue si mescolava a quello salato del sudore e dell’acqua, creando un cocktail inebriante di lussuria consumata.

Paola continuò a muoversi lentamente sopra di lui, assaporando ogni spasmo residuo, ogni goccia del suo piacere. “Lasciamelo dentro,” mormorò contro le sue labbra, “voglio sentirti ancora.”

Rimasero così, i corpi uniti cullati dall’acqua tiepida. Le loro mani vagavano pigramente sulla pelle bagnata, raccontandosi storie attraverso il tocco. Lei rideva quando lui le baciava il collo, poi la risata si trasformava in un gemito quando sentiva il suo cazzo muoversi dentro di lei. Parlavano sottovoce, confidandosi segreti che solo gli amanti possono condividere, interrompendosi per baciarsi quando le parole non bastavano più.

Ogni tanto Paola contraeva i muscoli interni, stringendo il cazzo di Dago come per assicurarsi che fosse ancora lì, ancora suo. Lui rispondeva con piccole spinte, promesse di nuovi piaceri da venire. Le loro mani non smettevano mai di toccarsi – una carezza sulla schiena, un pollice che circondava un capezzolo, dita che scivolavano tra le natiche.

Solo quando l’acqua divenne troppo fredda si separarono, con la lentezza di chi sa che non è una fine ma un intervallo. Il cazzo di Dago scivolò fuori dalla figa di Paola con un suono umido che li fece sorridere entrambi. Nei loro occhi brillava già la promessa di nuove scoperte, nuovi territori da esplorare. La cucina li aspettava, e loro avevano ancora fame l’uno dell’altra.