[Reviosione 02.2025 ex Angela]
Erano passati giorni, ma non riusciva a smettere di pensare a quella risata e quella figura. Il suono cristallino continuava a riecheggiare nella sua mente, risvegliando sensazioni che credeva sopite.
Era seduto al tavolino di un bar sul lungomare, lo Spritz intatto davanti a lui. L’appuntamento di lavoro si era concluso positivamente, ma non era quello il motivo della sua distrazione. Il mare si stendeva come una promessa di libertà, così diverso dal grigiore metropolitano a cui era abituato. L’idea di poter passare lunghi periodi in questa città costiera era stata una delle ragioni che lo aveva spinto ad accettare questa consulenza.

Il suono di quella risata spezzò il filo dei suoi pensieri. Argentina, contagiosa, di quelle che ti fanno voltare per istinto. E lui si voltò, con quella lentezza studiata che gli era propria, quella che gli permetteva di osservare senza essere notato.
La donna emanava una sensualità naturale, quasi inconsapevole. Il vestito giallo danzava attorno al suo corpo, esaltando curve che sfidavano i canoni classici della bellezza. Le scarpe, in tono con il vestito, ne slanciavano la figura con un’eleganza che andava oltre la semplice estetica. Era il suo modo di muoversi che catturava davvero l’attenzione: ogni gesto parlava di una femminilità consapevole ma mai ostentata.
Quando i loro occhi si incrociarono, sentì qualcosa che andava oltre il semplice calore alle guance. Era quella sensazione elettrica che ti attraversa quando riconosci qualcosa che non sapevi di star cercando. Non distolse lo sguardo. Invece, accennò un sorriso, sollevando il bicchiere in un brindisi silenzioso.
La vide rispondere al sorriso, un lampo di divertimento nei suoi occhi scuri. C’era qualcosa di magnetico in quello sguardo, una promessa velata che andava oltre il semplice gioco di seduzione. Le amiche, immerse nella loro conversazione, rimanevano ignare di quel dialogo silenzioso che li aveva isolati dal resto del mondo, creando una bolla di intimità nel caos del lungomare.
L’ultimo sguardo che si scambiarono mentre lei si allontanava portava con sé più domande che risposte. Lei gli regalò un ultimo sorriso, questa volta più intimo, più consapevole, come se anche lei avesse percepito quella strana familiarità che li aveva uniti per quei brevi momenti.
Tornando a guardare il mare mentre finiva il suo aperitivo, sorrise tra sé. La sua mente analitica gli diceva che in una grande città le probabilità di rivederla erano minime. Eppure, per la prima volta da molto tempo, si sorprese a sperare che la statistica si sbagliasse.
Pagò il conto e si diresse verso la macchina, ignaro che poche auto più in là, la donna era seduta con le amiche che, finalmente accortesi del gioco di sguardi, la stavano gentilmente prendendo in giro. Lei sorrideva, un sorriso diverso da quelli che aveva condiviso con lui, più riservato, più personale, mentre la sua mente vagava verso quegli occhi che l’avevano osservata con un’intensità che l’aveva fatta sentire sia esposta che protetta.
Erano passate diverse settimane, settimane in cui aveva cercato di non pensare a quella risata, a quel vestito giallo, a quegli occhi. Il tempo necessario per sistemare il lato burocratico del suo contratto. La ricerca di un appartamento che rispondesse ai suoi desideri si era rivelata più complessa del previsto: doveva essere in un contesto silenzioso e tranquillo, ma con la vista del mare, anche se da lontano. Un posto dove poter scrivere, dove poter essere se stesso.
Alla fine, lo avevano sistemato in un residence con vista mare e organizzato una serie di appuntamenti con un agente immobiliare. Era arrivato in anticipo, regalandosi un weekend per esplorare la città senza interferenze, per respirarne l’essenza più autentica.
Il primo giorno lo aveva vissuto da turista metodico: la basilica, la città vecchia, il castello. Si era lasciato sedurre dai suoni di quella lingua così diversa dalla sua, un dialetto che era più musica che parole. Gli odori, i sapori, la cacofonia ordinata della città, tutto parlava a una parte di lui che non sapeva di esistere. Per cena si era arreso al richiamo del mare, lasciando che i sapori gli raccontassero storie di onde e di tempeste.
La domenica mattina lo aveva colto impreparato. Si era svegliato presto, determinato a esplorare zone diverse della città, ma si era ritrovato risucchiato in quella che sembrava una festa di quartiere. Le bancarelle esponevano mercanzie che raccontavano storie di tradizioni antiche, e la folla festante era un organismo vivo che pulsava al ritmo di una gioia contagiosa.
Stava contrattando l’acquisto di dolci dal nome impronunciabile – sporcamuss, aveva detto il venditore con un sorriso complice – quando sentì un urto deciso contro la sua schiena. Si voltò, la risposta sarcastica già pronta sulle labbra, ma le parole gli morirono in gola.
“Mi scusi, mi scusi, non mi ero accorta che…” La risata. Quella risata che lo aveva perseguitato nelle ultime settimane esplose nell’aria come una promessa mantenuta.
Il suo cervello analitico fu trascinato violentemente indietro nel tempo: uno spritz, un vestito giallo, occhi che promettevano segreti. “Mi scusi, ma forse ci conosciamo…” Le parole gli uscirono più roche di quanto avrebbe voluto, tradendo un’emozione che il suo autocontrollo abituale non era riuscito a mascherare.
“Dice? Non pensa che questa domanda mi sia stata fatta parecchie volte?” La sua voce aveva una nota di sfida che contrastava con il modo in cui si mordeva leggermente il labbro inferiore. I suoi occhi castani brillavano di una luce che mischiava innocenza e malizia in un cocktail più inebriante di qualsiasi spritz.
“Qualche settimana fa, un mercoledì sera… El Chiringuito… lei era con delle amiche, due se non sbaglio.” La sua memoria fotografica non lo tradiva mai, ma in questo caso era stato il suo intero essere a registrare ogni dettaglio di quell’incontro.
“El Chiringuito dice?” Il suo sorriso risvegliò fantasie che aveva cercato di soffocare nelle ultime settimane. La sua mente analitica cedeva il passo a immagini di pelle olivastra e respiri spezzati.
“Io bevevo uno Spritz e lei…” Si fermò un istante, assaporando il ricordo, “indossava un vestito giallo. E delle scarpe in tinta.”
La vide stringere gli occhi, un gesto studiato che tradiva una recitazione perfetta. Si allungò verso il bancone, afferrando uno dei dolci con grazia felina. Al primo morso, briciole di sfoglia e zucchero a velo le imbiancarono le labbra carnose.
“Ogni volta che mangio gli sporcamuss faccio un disastro…” La sua risata era più morbida ora, più intima. Lui estrasse un fazzoletto dalla tasca, trattenendolo tra le dita. “Sa, quel locale sul lungomare…” La sua voce si abbassò appena, acquisendo una nota più intima. “Lei era luminosa nel suo vestito giallo, impossibile dimenticarla.”
Lei inclinò leggermente la testa, un gesto studiato che espose la curva del collo, mentre le sue dita giocavano distrattamente con l’orlo del vestito. Il sorriso si trasformò in qualcosa di più carnale, più consapevole. “Sì… ricordo uno sguardo intenso attraverso il bordo di un bicchiere di Spritz.”
Le cose che iniziano per caso hanno sempre qualcosa di speciale. Ma siamo sicuri che iniziano sempre per caso?
Le porse nuovamente il fazzoletto. “Mi chiamo Dago, se la cosa le interessa.”
La guardò ripulirsi il vestito a fantasia floreale con movimenti misurati prima di rialzare gli occhi su di lui. “Angela,” disse semplicemente, “mi chiamo Angela.”
Si guardarono in silenzio, il tempo che si condensava attorno a loro come miele. Dago notò che anche oggi il suo vestito seguiva le curve del corpo con la stessa grazia di quello giallo, ma questa volta era decorato con fiori che sembravano danzare ad ogni suo movimento. Le scarpe verdi con il tacco alto completavano il quadro di una femminilità consapevole ma mai ostentata.
Paga il conto alla bancarella e iniziano a camminare nella piccola fiera, le loro spalle che si sfiorano in un contatto apparentemente casuale. Angela scopre rapidamente che è lì per lavoro, alla ricerca di un appartamento, e si autonomina sua guida personale. “Conosco ogni angolo di questa città,” dice con un sorriso che promette più di una semplice visita turistica.
La sua voce è una melodia che quasi non tradisce l’accento del Sud, ma quando si entusiasma nel descrivere un vicolo particolare o una vista nascosta, il dialetto emerge come una carezza inaspettata. È il modo in cui pronuncia certe parole che cattura l’attenzione di Dago, come se ogni sillaba fosse un invito a scoprire segreti più intimi.
Due ore scivolano via come fossero pochi minuti. Angela lo guida attraverso il cuore pulsante della sua città, nutrendolo di tradizioni: panzerotti che bruciano le dita, scagliozze dorate, focaccia che sa di mare e di sole. Ogni assaggio è accompagnato dal suo sguardo attento, come se stesse condividendo più che semplice cibo.
Camminano, parlano, ogni tanto si fermano a guardare qualche casa, ma sono solo pretesti. Lei lo sfiora “accidentalmente” sempre più spesso, lui risponde indugiando un secondo di troppo quando le scosta una ciocca di capelli dal viso. È una danza antica quanto il desiderio stesso.
Se qualcuno li osservasse, vedrebbe molto più di due sconosciuti che esplorano una città. C’è elettricità nell’aria tra loro, una tensione che cresce ad ogni passo, ad ogni sguardo rubato, ad ogni risata condivisa.
La sua risata. Quella risata che lo aveva stregato settimane prima ora risuonava più spesso, più intima, come se fosse un linguaggio segreto tra loro. E forse lo era.
Le strade si fanno più strette, i vicoli più appartati. Lei lo guida attraverso passaggi nascosti, “scorciatoie” dice, ma ogni volta si trovano più vicini, più isolati, più complici. Il sole del pomeriggio trasforma le antiche pietre in oro, ma è il calore tra loro che continua a crescere.
È tardi quando scivolano in una taverna del porto, molto più tardi di quanto lui sia abituato a cenare nella sua ordinata vita del Nord. Le dieci di sera, e la città fuori sembra pulsare a un ritmo diverso, più lento, più carnale.
Il locale è un antro di pietra e legno scuro, illuminato da luci soffuse che trasformano ogni angolo in un potenziale nascondiglio per sguardi e sussurri. L’aria sa di mare, di vino e di desideri inespressi.
Mangiano frutti di mare con le dita, bevendo Primitivo che scioglie le ultime resistenze. Angela, innocentemente, succhia un gambero con dedizione studiata, le sue labbra lucide catturano la luce fioca. Dago strizza appena gli occhi, non potendo evitare di immaginare altro in quel gesto. È il modo in cui le sue labbra si chiudono attorno al boccone a provocarlo. La sua mente cataloga ogni dettaglio: il modo in cui lei si lecca il pollice, come inclina il collo quando beve, il movimento della sua gola quando deglutisce.
Il vino scorre nei loro corpi come una promessa liquida. Le loro dita si sfiorano più spesso ora, ogni contatto una piccola scarica elettrica che alimenta un fuoco già difficile da contenere. I loro corpi si avvicinano progressivamente, come pianeti in rotta di collisione.
Angela ride più spesso, una risata più bassa, più intima di quella che lo aveva stregato settimane prima. È una risata che parla di lenzuola stropicciate e respiri affannati. Dago mantiene ancora un velo di controllo, ma i suoi occhi la divorano, e quando parla, la sua voce ha acquisito una nota più profonda, quasi un ringhio.
Quando escono, la notte li avvolge come una coperta di seta nera. La città si è placata, addormentata, lasciandoli soli con i loro desideri. Camminano vicini, i loro corpi si cercano come calamite, l’alcol nelle vene amplifica ogni sensazione.
Si ritrovano seduti su una panchina del lungomare, forse l’ultima, sicuramente la più appartata. Il mare respira al ritmo dei loro desideri, le onde si infrangono sulla battigia in un movimento ipnotico di spinta e ritrazione. Ogni onda che si ritira sussurra promesse di piacere, ogni risacca che avanza mormora oscenità che solo loro possono comprendere. Il rumore dell’acqua diventa la colonna sonora perfetta dei loro pensieri più proibiti, un mantra liquido che parla di carne contro carne, di respiri spezzati, di piaceri ancora inespressi.
Si ritrovano seduti su una panchina del lungomare, forse l’ultima, sicuramente la più appartata. Il mare, complice dei loro desideri, come sottofondo. Ogni onda che si infrange sussurra promesse di piacere, ogni risacca mormora oscenità che solo loro possono comprendere. Un mantra liquido che parla di carne contro carne, di respiri spezzati, di piaceri ancora inespressi.
“Se mi abbandoni qui, non saprei tornare in albergo nemmeno usando il telefonino.” La sua voce è morbida, quasi vulnerabile.
Lei si gira a guardarlo e il lampione, complice silenzioso, improvvisamente si spegne.
È uno di quei momenti in cui il tempo decide di fare i capricci. Il movimento è così rapido che è impossibile distinguere chi dei due si sia mosso prima. Per entrambi sembra una scena al rallentatore, come se ogni microsecondo fosse stato dilatato all’infinito.
Il bacio è intenso, profondo. Le loro lingue si cercano, si assaggiano, si sfidano. Le mani di lui trovano la sua vita, mentre quelle di lei scivolano sul suo petto, risalendo fino al collo. Ogni tocco è elettrico, ogni carezza accende nuovi punti di piacere.
Le dita di Dago esplorano la sua schiena, scivolando sotto il tessuto leggero del vestito, tracciando percorsi immaginari sulla sua pelle che reagisce al minimo contatto. Angela risponde inarcandosi leggermente, premendosi contro il suo corpo, mentre le sue unghie graffiano delicatamente la sua nuca.
I baci si fanno più profondi, più esigenti. Le mani di lui scendono lungo i fianchi di lei, assaporando ogni curva, ogni fremito. Le dita scivolano sulla pelle nuda delle cosce, provocando piccoli gemiti che si perdono nella bocca dell’altro.
Due corpi che si cercano nel buio, che si scoprono attraverso il tatto, che comunicano attraverso sospiri e gemiti soffocati. L’aria intorno a loro sembra crepitare di elettricità statica.
Angela si muove con la grazia felina di chi sa esattamente cosa vuole. In un movimento fluido è sopra di lui, le cosce che lo imprigionano, il vestito che si solleva rivelando lembi di pelle olivastra. Prende le mani di lui, grandi e calde, e le guida sulle sue cosce nude. Dago le tiene ferme, assaporando il contrasto tra la sua pelle ruvida e quella setosa di lei, sentendola fremere sotto il suo tocco.
Le sue dita iniziano a muoversi, lente, metodiche, tracciando spirali sempre più ampie sulla sua pelle. Ogni carezza è studiata, ogni tocco calibrato per farla impazzire lentamente. Le mani scivolano sotto il vestito, esplorando territori sempre più intimi, mappando ogni centimetro della sua pelle che brucia.
Il corpo di Angela risponde come uno strumento nelle mani di un maestro. Più le dita di lui esplorano, più i suoi baci si fanno voraci, famelici. Il suo bacino ondeggia contro quello di lui in un ritmo primordiale, cercando un contatto più profondo attraverso gli strati di stoffa che li separano.
Dago mantiene un controllo ferreo sui suoi movimenti, anche mentre il suo corpo grida per avere di più. Vuole sentirla perdere il controllo prima, vuole vederla sciogliersi sotto le sue mani. Le afferra i glutei con decisione, attirandola contro la sua erezione ormai dolorosamente evidente.
L’aria attorno a loro è densa di feromoni e alcol. I loro corpi emanano un calore che potrebbe sciogliere il ghiaccio.
“Andiamo a casa mia…” La voce di Angela è carica di desiderio. Non è una richiesta, è una pretesa urgente sussurrata contro le sue labbra.
Lui si stacca quel tanto che basta per guardarla negli occhi. Il suo viso assume un’espressione che lei non gli ha ancora visto, qualcosa di più oscuro, più dominante. La sua voce è bassa, controllata, pericolosamente calma.
“No… non ancora…”
In quelle tre parole c’è una promessa di piacere e una minaccia di tormento.
Le mani di Dago abbandonano le sue natiche ma rimangono sotto la gonna, possessive. Angela trattiene il respiro quando sente il rumore metallico della sua cintura, il suono della zip che scende. Fa per protestare, ma lui le preme un dito sulle labbra, interrompendo le sue parole.
“Fidati…” La sua voce è bassa, ipnotica.
Lei lo guarda con un misto di eccitazione e apprensione. I suoi occhi scuri cercano rassicurazione in quelli di lui mentre lancia un’occhiata furtiva intorno a loro. Il buio li avvolge come un mantello protettivo, ma il brivido del rischio le fa accelerare i battiti del cuore e le pulsazioni della sua figa.
Un gemito strozzato le sfugge quando sente le dita di lui scostare la stoffa bagnata del suo slip. Cerca di nuovo di parlare, ma lui la zittisce ancora: “Fidati di me.”
Poi il contatto. Pelle contro pelle. Il suo cazzo duro scivola tra le sue labbra già umide, trovando quel punto sensibile che la fa tremare. Le mani di lui sui suoi fianchi la guidano in un movimento lento, torturante. Avanti e indietro, facendola scivolare sulla sua lunghezza senza mai penetrarla.
È una tortura squisita, più intima e perversa di quanto si aspettasse. Il suo cazzo pulsa contro la sua figa, scivolando tra le sue pieghe come una promessa non mantenuta. Due volte tenta di afferrarlo, di guidarlo dentro di sé, ma lui le blocca le mani, mantenendo quel controllo che la sta facendo impazzire.
La sua mente razionale le urla di fermarsi, di alzarsi, di recuperare un briciolo di dignità. Ma il suo corpo ha altre idee. Si trova a premere più forte contro di lui, aumentando la velocità di quel movimento osceno. È come essere divisa in due: la donna rispettabile che dovrebbe essere scandalizzata e la femmina in calore che vuole solo di più, più forte, più a fondo.
Le sue cosce tremano per lo sforzo di mantenere il ritmo che lui le impone. Il suo clitoride sfrega contro la lunghezza del suo cazzo ad ogni movimento, mandando scariche elettriche lungo la sua spina dorsale. È intrappolata in questo limbo di piacere senza completamento, di desiderio senza soddisfazione.
“Ti prego… andiamo a casa mia…” La sua voce è rotta, quasi irriconoscibile, un sussurro carico di desiderio disperato. Il vuoto dentro di lei pulsa, esige di essere riempito.
Lui risponde solo aumentando la pressione delle mani sui suoi fianchi, guidandola in un ritmo più veloce, più intenso. L’aria le manca, ogni respiro è un gemito strozzato.
Angela si aggrappa al suo collo come una naufraga alla sua ancora. Il suo corpo non le appartiene più, si muove di volontà propria, strusciandosi contro il cazzo di lui con un’urgenza animale. Il piacere cresce come un’onda, inarrestabile. Quando l’orgasmo la colpisce, un lungo gemito le sfugge dalla gola mentre il suo corpo si contrae in spasmi incontrollabili, la sua figa pulsa e si contrae, bagnando ulteriormente la carne dura che la sta torturando.
Mai aveva raggiunto il piacere così, con tale intensità. Di solito era un traguardo faticoso, raggiunto più facilmente in solitudine che con un amante. Ma questo… questo era diverso.
Nasconde il viso nell’incavo del suo collo, respirando a fondo quell’odore maschio di testosterone e desiderio, mischiato al suo profumo di femmina appagata. È un cocktail inebriante di feromoni che le fa girare la testa.
Voci. Passi. Qualcuno cammina dietro di loro, ignaro.
Il lampione si riaccende con un ronzio accusatorio, come un genitore che accende la luce per interrompere due adolescenti. La magia si spezza.
Angela si solleva lentamente, sul suo viso si susseguono emozioni contrastanti, che si rincorrono e si sovrappongono: lussuria e pudore, audacia e timore, eccitazione e vergogna, desiderio sfrenato e dolce tenerezza, orgoglio e vulnerabilità. Eppure, sotto questo turbinio di sensazioni, pulsa costante una certezza: vuole di più.
Lo osserva mentre si ricompone, affascinata dal modo in cui cerca di recuperare quella maschera di serietà nordica. I suoi movimenti sono misurati, controllati, ma le sue mani tremano impercettibilmente mentre sistema la camicia, tradendo l’emozione che cerca di nascondere.
Si avvicina a lui con la grazia felina che l’ha contraddistinta per tutta la serata. Il suo sorriso è malizioso, carico di promesse inespresse quando sussurra: “Andiamo a casa mia…” Non è una domanda, eppure i suoi occhi cercano quelli di lui con una vulnerabilità che contrasta con l’audacia delle sue parole. È come se stesse emergendo lentamente da un incantesimo erotico, le guance che si colorano di un rosa intenso, un mix perfetto di imbarazzo residuo ed eccitazione rinnovata. Resta in attesa, il corpo leggermente teso, come una corda di violino pronta a vibrare al minimo tocco.
Dago allunga una mano verso il suo viso in una carezza che è insieme possessiva e tenera. Le sue dita tracciamo il contorno della sua mascella, il pollice sfiora le labbra ancora gonfie dei loro baci. Si china su di lei, le sue labbra sfiorano le sue in un bacio che è quasi casto, un contrasto surreale con quanto appena accaduto. “Non vedo l’ora di arrivare a casa tua…” La sua voce è un sussurro roco che promette che questo è solo il preludio di una notte molto più lunga.