DAGO HERON

Umore nero

[reviosione 01.2025]

Era stata una giornata pesante. Dago si trascinava verso casa, distrutto: troppo fumo, troppi caffè, e non aveva toccato cibo dalla mattina. Come al solito rientrava più tardi di quello che pensava. Certo, a casa lo aspettava Elena. Cinque minuti in sua compagnia e tutto sarebbe cambiato, anche il suo umore.

Entrato in casa, invece, trovò Elena avvolta nel suo stesso umore nero. Un saluto appena sussurrato, la voce cupa e distante, e poi la conferma definitiva: lei in cucina, che mangiava da sola, senza averlo atteso.

“Potevi almeno avvisare!” Lo redarguì immediatamente.

Il mal di testa di Dago pulsò più forte, martellando le tempie. La fissò per un istante, prima di puntare dritto al frigorifero, cercando rifugio nell’acqua fresca.

“Non lo faccio mai, sai che cerco sempre di arrivare per tempo. Sono mesi che andiamo avanti con questa storia. Avviso solo se tardo molto e se lo so!” Il tono gli uscì burbero, deciso, scontroso.

Le pentole sul fuoco diventarono un teatro di odori insopportabili, ogni aroma un nuovo assalto ai suoi sensi già sovraccarichi. Con movimenti lenti, quasi rituali, Dago iniziò a liberarsi dei vestiti: prima la giacca, pesante di una giornata di tensioni, poi la camicia, ogni bottone un piccolo atto di liberazione. Sentiva il tessuto staccarsi dalla pelle come se si stesse sfilando di dosso strati di preoccupazioni accumulate. I pantaloni, le calze, ogni indumento portava con sé il peso delle ore trascorse, delle decisioni prese, delle parole non dette.

Nudo, vulnerabile davanti allo specchio appannato, osservò per un istante la propria figura sfocata, come se stesse guardando attraverso il velo confuso dei suoi pensieri. Poi entrò nella doccia, regolando l’acqua fino a trovare quella temperatura che stava al limite tra conforto e sopportazione. I primi getti furono quasi uno shock, ma ben presto il calore iniziò il suo lavoro di guarigione: prima sulla nuca, dove la tensione aveva costruito il suo nido più resistente, poi sulle spalle, sciogliendo nodi di muscoli che non sapeva nemmeno di avere. Rivolse il viso al getto, lasciando che l’acqua massaggiasse le tempie pulsanti, e gradualmente il martellare nella testa iniziò a cedere, come una morsa che allentava la sua presa.

Man mano che il dolore fisico si attenuava, i pensieri iniziarono a fluire con maggiore chiarezza, come l’acqua che scorreva sul suo corpo. La nebbia della stanchezza si diradava, lasciando emergere una consapevolezza più nitida: quanto della sua reazione era stato dettato dal vero malessere di Elena, e quanto invece dal suo ego ferito, dalla sua incapacità di vedere oltre il proprio disagio? Elena, sempre così attenta alle sfumature, così precisa nel dosare le proprie emozioni – la sua Elena, che sapeva leggere i silenzi meglio delle parole, che costruiva ponti dove lui vedeva solo abissi. Vederla così cupa, così distante, era come osservare un’eclissi del suo sole personale. Non era solo cattivo umore, c’era qualcosa di più profondo che serpeggiava sotto la superficie, qualcosa che lui, nella sua stanchezza egocentrica, non era riuscito a cogliere immediatamente.

Il vapore aveva ormai avvolto completamente il bagno in una nebbia densa, creando un mondo separato, una bolla di riflessione dove i pensieri potevano fluire liberi come l’acqua che continuava a scorrere sulla sua pelle. In quel limbo caldo e accogliente, Dago sentì sciogliersi non solo la tensione fisica, ma anche quella corazza di autodifesa che aveva indossato per tutta la giornata.

Il vapore scivolò fuori dalla porta insieme a Dago, l’asciugamano sui fianchi e la pelle ancora calda della doccia. Nel salotto, trovò Elena immersa in un apparente dialogo con il televisore mormorante, il suo sguardo fisso sullo schermo una maschera che non poteva nascondere la tensione nelle sue spalle, quel microscopico cambiamento nel respiro che tradiva la sua consapevolezza della sua presenza. Un sorriso interno gli sollevò l’angolo delle labbra mentre si sedeva accanto a lei – conosceva troppo bene quella danza del suo fingere di ignorarlo. Le sue braccia trovarono naturalmente la strada intorno alle sue spalle, le labbra sfiorarono quella guancia in un bacio che era insieme domanda e offerta di pace.

“Vuoi litigare con me per sfogarti,” mormorò dolcemente, “o preferisci raccontarmi quello che ti è successo?”

Lo sguardo di Elena si indurì come cristallo al gelo, ma Dago riconobbe in quella durezza la fragilità che cercava di nascondere. “Hai ragione, prima mi sono comportato male,” ammise, la voce bassa come una confessione, “ma anche io ho avuto una giornataccia e il mal di testa… sai come mi rende quando arriva.” Le sue dita cercarono quelle di lei, un gesto antico quanto il bisogno di contatto, e le portò alle labbra in un bacio che sapeva di scuse.

Per un istante, un’ombra di tenerezza attraversò il viso di Elena, fugace come un battito di ciglia. Ma subito il suo sguardo tornò a cercare rifugio nello schermo luminoso del televisore. “Non è successo nulla,” disse, la voce che tradiva tutto il contrario. “Sono solo stufa di preparare cene che si raffreddano insieme alle mie attese. Stufa,” ripeté, e quella parola conteneva oceani di non detto.

“Una soluzione potrebbe essere che cucini per un orario più tardo,” tentò Dago, cercando di vestire di leggerezza il peso che sentiva crescere nel petto, “così potrei anche aiutarti.” Un sorriso forzato che non raggiunse gli occhi.

“L’altra potrebbe essere che ci vediamo dopo cena…” La voce di Elena era sottile come un filo di ragno, sospesa nell’aria come una minaccia velata. “Se hai tempo… se ho tempo…” Ogni pausa tra le parole era un piccolo abisso che si apriva tra loro.

Il colpo raggiunse Dago con la precisione di un cecchino, affondando in quel punto esatto del cuore dove si annidano le nostre verità più profonde, quelle che scopriamo solo quando minacciano di sfuggirci. Il tempo sembrò cristallizzarsi in quell’istante di rivelazione – come un fotografo che coglie l’esatto momento in cui una goccia tocca la superficie dell’acqua, creando onde concentriche di consapevolezza. Elena non era più solo la presenza calda nelle sue serate, il profumo sulla federa del cuscino, il suono dei passi familiari in cucina. Era diventata l’aria stessa che respirava, così essenziale da non accorgersene fino a quando non minacciava di rarefarsi.

Il mal di testa tornò a pulsare, ma era un dolore distante, quasi irrilevante rispetto al vuoto che si stava aprendo nel suo petto. Il cuore rallentò i suoi battiti come se volesse conservare ogni goccia di sangue, ogni momento che ancora li teneva insieme. No, pensò, mentre il panico si arrampicava lungo la sua spina dorsale come una vigna selvaggia. Non poteva finire così, dissolversi come nebbia al sole, svanire come se questi mesi fossero stati solo un lungo respiro trattenuto.

“Cosa ho fatto per meritarmi di essere trattato così?” le chiede. “Elena, ti prego, aiutami. Se sono stato così ottuso da non accorgermi di qualcosa, ti prego, aiutami. Non sono disposto a perderti senza sapere il perché, senza avere tentato di fermarti…”

Elena lo guarda: “Forse ci siamo buttati troppo frettolosamente in questa avventura, troppo senza pensare… Forse è giunto il momento di prendere un po’ di fiato, credo di avere bisogno di pensare… di stare un po’ sola…”

Dago si alza e spegne il televisore, a cui Elena continuava a rivolgersi quasi fosse il suo interlocutore. “Pensare a cosa?” le chiede guardandola.

Elena non sembra trovare subito le parole per rispondere. Si alza. Inizia a passeggiare per la stanza. Continua a non rispondere. “Ho bisogno di tempo… del mio spazio…”

“Balle!” le risponde. “Dimmi la verità e io la accetterò… qualunque essa sia! Ma non mi prendere in giro.”

Lei lo guarda. Poi si aggrappa a una sigaretta, l’accende con mano tremante. Aspira una lunga boccata e torna a sedersi sul divano.

“Mi tradisci?”

A Dago verrebbe da ridere, ma riesce almeno in parte a trattenersi e con un sorriso le risponde: “No! A dirla tutta non mi lasci nemmeno le forze… più che altro non mi lasci i pensieri liberi per farlo.”

Elena, la mano tremante con la sigaretta, gli occhi lucidi, lo guarda: “Non scherzare, dimmi la verità. Ti odio quando fai così.”

“Ti giuro che non ti ho mai tradito! Devi credermi.”

“Dago, sei un bell’uomo, sei simpatico. Hai sempre vissuto da single, libero come il vento, e per quello che ne so sembra che sia la prima donna con cui stai resistendo così tanto e che passa così tanto tempo in casa tua. Nel tuo tempio. In giro ci sono molte voci sul tuo conto… come posso crederti? Esci la mattina presto e torni tardi. Non so mai esattamente cosa fai, con chi sei, dove sei… Faccio fatica a continuare così.”

“Elena, questo è il mio lavoro, mi piace e non voglio cambiarlo. E ti posso garantire che quello che faccio sul lavoro non ha niente a che vedere con noi. Sì, ho avuto qualche avventura sul lavoro, qualche collega, qualche cliente. Ma ero libero, libero come il vento come hai detto tu. Ma adesso non lo sono più. Adesso non voglio più esserlo. E questo è successo da quando ho incontrato te. Ma non posso obbligarti a restare se tu non vuoi, se tu non mi credi.”

“Come faccio a sapere che non mi stai prendendo in giro?”

“Guardami negli occhi, chiedimelo ancora e baciami,” le dice avvicinandosi a lei.

“Mi hai mai tradito?” lo sguardo di Elena fisso negli occhi di Dago inginocchiato di fronte a lei.

“No!” la risposta.

“Ma mi ami?”

Alla seconda domanda non era preparato. Le prende il viso tra le mani e risponde: “No!”

Elena rimane sbigottita.

“Molto di più!” prosegue baciandola.

Elena lentamente si scioglie in quel bacio e inizia a piangere. Lo bacia, lo abbraccia, lo stringe a sé in mezzo alle lacrime. Dago ricambia i baci e la tiene tra le braccia coccolandola. I due sono abbracciati, sdraiati sul divano. Elena ancora scossa dagli ultimi singhiozzi. Dago le accarezza i capelli e le asciuga le ultime lacrime con le dita.

Improvvisamente Elena alza il viso e lo guarda con due occhietti furbi dietro le lacrime che ancora li velano. “Voglio controllare se hai fatto l’amore con qualcuna oggi!”

E così dicendo si sfila la camicetta, rivelando di non portare il reggiseno, e slaccia l’asciugamano di Dago. Lui la guarda, travolto dalla passione, e inizia a baciarla, mentre le mani accarezzano i seni. Lei scivola sul corpo di Dago, fino a quando il suo viso è di fronte al membro, già in erezione. Lo guarda e: “Adesso gli faccio un approfondito esame.” Lo accarezza, lo studia, lo annusa. Poi, con lo sguardo fisso negli occhi di Dago, lo lecca, lo assapora per controllare il gusto, poi scoppia a ridere, e lo prende in bocca, con passione.

I corpi bruciano di passione, le mani corrono sui corpi, le bocche cercano ogni centimetro di pelle dell’altro e ad un certo punto si trovano ognuno con la bocca sul sesso dell’altro. Poi Elena scivola sul corpo di Dago, accarezza il suo sesso con quello di lui, si gira e lo porta dentro di sé. Restano fermi così per tutto il tempo che riescono a baciarsi.

Poi Elena incomincia a muoversi, senza smettere di baciarlo. Lui la accarezza e la asseconda nei movimenti, fino a quando il ritmo, la passione, il calore sale. I due corpi si muovono all’unisono alla ricerca del maggiore piacere per l’altro, sempre più veloci… fino all’orgasmo, e anche un po’ dopo. I due rimangono abbandonati sul divano uno nelle braccia dell’altro, tra baci e carezze… aspettando le forze per ricominciare.