DAGO HERON

Milano – Roma – Milano

Milano sfumava nella foschia mattutina mentre Dago sistemava il portatile sul tavolino pieghevole. Un altro viaggio di lavoro, l’ennesima presentazione da preparare. Il ritmo cadenzato delle rotaie sotto di lui sembrava scandire il tempo della sua insoddisfazione. Aveva scelto il treno più per necessità che per piacere – le previsioni meteo promettevano tempesta – ma ora, osservando la pioggia che iniziava a tamburellare sul finestrino, sentiva crescere quella familiare irrequietezza. Il desiderio di una sigaretta gli pizzicava le dita, un’altra piccola libertà negata in quella gabbia in movimento.

Quarant’anni, un lavoro ‘rispettabile’ nelle vendite, e l’unica cosa che davvero desiderava era il file word nascosto nel suo laptop, dove un romanzo incompiuto attendeva da mesi. Ma per ora c’erano fogli excel da compilare e grafici da preparare. La routine, sempre la routine.
Il vagone era quasi pieno quando lei apparve, una presenza che alterò istantaneamente l’atmosfera asettica e sonnolenta del compartimento. Dago alzò lo sguardo dal portatile proprio mentre si sistemava nel posto di fronte a lui, e il suo cervello analitico – quello abituato a catalogare dettagli per le presentazioni aziendali – andò in cortocircuito.



La prima cosa che notò furono le sue mani – affusolate, curate, che sistemavano con grazia studiata una borsa designer nel portabagagli. Poi lo sguardo scivolò inevitabilmente lungo il resto del suo corpo, come attratto da una forza magnetica. Scese lungo la schiena soffermandosi su dei fianchi larghi quanto piacevano a lui che incorniciavano un culo giovane e sodo.
Quando si girò per sedersi finì la sua radiografia notando la camicetta di seta sottile si tendeva sul seno generoso, rivelando più di quanto nascondesse, mentre la gonna – un pezzo di stoffa che più che coprire suggeriva – si alzava pericolosamente ad ogni suo movimento. Le gambe ben tornite finiscono in un paio di decolleté con il tacco abbastanza alto. ‘Cazzo,’ pensò Dago, cercando di mantenere un’espressione professionale mentre il suo corpo reagiva in modi decisamente poco professionali.
Poi quella fluente capigliatura mora, gli occhi scuri, le labbra carnose per lui erano qualcosa di irresistibile, sembrava quasi incarnare per buona parte una la protagonista del suo romanzo.
C’era qualcosa di ipnotico nel modo in cui si muoveva, una consapevolezza del proprio potere che andava oltre la semplice bellezza fisica. I suoi occhi scuri evitavano deliberatamente quelli di Dago, ma lui poteva sentire che era perfettamente conscia del suo sguardo, del modo in cui la stava divorando con gli occhi. Era come una danza silenziosa, un gioco di seduzione che non aveva ancora tecnicamente iniziato ma che già faceva accelerare il suo battito cardiaco.
Le sue dita sulla tastiera persero il ritmo, dimenticando completamente i grafici che stava preparando. Chi cazzo se ne frega delle proiezioni di vendita quando hai davanti una visione del genere, pensò, permettendosi di indugiare ancora un momento sulla curva del suo collo, sul modo in cui i capelli scuri le accarezzavano le spalle…

Il dondolio ritmico del treno sembrava quasi ipnotico. Dago cercava di concentrarsi sul lavoro, ma i suoi occhi continuavano a tradirlo, alzandosi verso di lei come calamitati. La vide sistemarsi contro il finestrino, il respiro che si faceva più profondo mentre scivolava nel sonno. La camicetta si era leggermente aperta, rivelando l’incavo dei seni. ‘Concentrati, cazzo,’ si rimproverò, ma era come chiedere a un assetato di ignorare un bicchiere d’acqua fresca.
Gli scossoni del treno la facevano scivolare verso posizioni più provocanti, il suo corpo che cercava istintivamente comfort nel sonno. La gonna si era fermata a metà coscia, rivelando il pizzo nero delle autoreggenti che contrastava con la sua pelle olivastra. Ogni curva del binario, ogni vibrazione delle rotaie sembrava orchestrare una danza silenziosa del suo corpo
Ogni tentativo di concentrarsi sul lavoro diventava una battaglia persa. Le sue dita vagavano sulla tastiera senza scopo, battendo caratteri casuali mentre la sua mente era completamente assorbita dallo spettacolo davanti a lui. La presentazione che doveva preparare sembrava appartenere a un altro universo, uno grigio e noioso fatto di numeri e grafici, mentre qui, nel suo presente, c’era solo il respiro regolare di lei, il leggero movimento del suo petto, quella gonna che continuava a salire e quella camicetta che continuava ad aprirsi.
Con ogni scossone del treno, lei scivolava un po’ di più, assumendo posizioni che sembravano studiate per torturarlo. La camicetta, già provocante di suo, ora tradiva completamente il suo compito di coprire, regalando scorci di un reggiseno di pizzo nero che faceva sembrare la sua pelle ancora più seducente. Dago si ritrovò a cambiare posizione sul sedile, cercando angolazioni migliori per quell’involontario spettacolo privato, mentre il suo corpo reagiva in modi sempre più difficili da nascondere.
Fu in quel momento che notò qualcosa di più interessante: tra le sue cosce, appena visibile sotto il bordo della gonna, un piccolo triangolo di stoffa nera che prometteva paradisi proibiti. Il suo respiro si fece più pesante, mentre una parte del suo cervello, quella più primitiva, iniziava a immaginare scenari sempre più espliciti. La sua erezione premeva dolorosamente contro i pantaloni, costringendolo a spostarsi ancora per trovare una posizione più comoda.
‘Sei ridicolo,’ si disse, ‘come un ragazzino che sbircia sotto le gonne.’ Ma non riusciva a smettere di guardarla, di desiderarla, di immaginare come sarebbe stato… Un altro scossone del treno, più forte degli altri, e lei cambiò posizione, regalandogli una vista ancora più generosa delle sue cosce. Dago deglutì a fatica, sentendo la gola improvvisamente secca.
“BOLOGNAAA… Stazione di BOLOGNAAA…”
L’annuncio gracchiante squarciò l’aria come un lampo in una notte d’estate. Lei aprì gli occhi di scatto, catturando il suo sguardo proprio mentre era perso nelle sue fantasie più esplicite. Il sangue di Dago si gelava nelle vene, colto con gli occhi ancora fissi sulle sue cosce. Si aspettava disgusto, indignazione, ma invece… invece incontrò un sorriso che conteneva promesse inespresse, un sorriso che fece salire la temperatura nel vagone di almeno dieci gradi.
Fino a quando il treno rimase fermo in stazione, il tempo sembrò cristallizzarsi, colmo di imbarazzo. Poi il treno riprese la marcia, e anche il tempo sembrò riprendere a ticchettare come anche la tensione elettrica che sembrava far vibrare l’aria tra loro
Il treno riparte, e con esso riprende quella ninna nanna ipnotica delle rotaie. Il vagone si è svuotato considerevolmente dopo Bologna. Gli sguardi tra loro sono diventati più frequenti, più intenzionali, carichi di quella consapevolezza che trasforma l’aria in elettricità statica. Lei ha ripreso una posizione più composta, fingendo di appisolarsi, ma c’è qualcosa di studiato nei suoi movimenti ora, una grazia calcolata che fa impazzire Dago più di prima. Lui fissa lo schermo del portatile, cercando di convincersi di poter ancora lavorare, ma i suoi occhi tradiscono continuamente le sue intenzioni.
Lei continua a muoversi, ogni tanto, con gesti apparentemente casuali, si sistema la gonna o la camicetta, regalandogli scorci che sembrano progettati per torturarlo, ogni movimento un nuovo tormento. La gonna sale impietosa lungo le cosce, come guidata da una regia invisibile, fino a rivelare completamente il retro delle sue gambe. Non c’è più spazio per l’immaginazione ora: le autoreggenti nere incorniciano perfettamente le sue cosce, e lì, tra di esse, quel rigonfiamento di carne avvolto da un sottile strato di tessuto nero traforato che è da sempre la dannazione e la gioia di ogni uomo. Le sue dita continuano a battere tasti a caso sulla tastiera, mentre i suoi occhi sembrano incollati a quel panorama proibito. Poi le mani di lei si muovono, come se in treno facesse tremendamente caldo, gioca con la camicetta, un bottone che inavvertitamente si slaccia mostrando in maniera inequivocabile che indossa un reggiseno a balconcino.
Dago deglutisce a fatica, sentendo l’erezione premere dolorosamente contro i pantaloni, incastrata in una piega dei boxer in una posizione quasi insopportabile. Cerca di sistemarsi con discrezione, la mano che si muove furtiva sotto il portatile, quando lei spalanca improvvisamente gli occhi. Il viso di Dago si imporporisce istantaneamente, colto con le mani nel sacco – o meglio, nei pantaloni.
Lei prende una bottiglietta d’acqua dalla sua borsa. Un gesto quotidiano trasformato in uno spettacolo di seduzione. Le sue labbra carnose si chiudono intorno al collo della bottiglia in un modo che non lascia spazio all’immaginazione, mentre i suoi occhi scuri cercano quelli di lui.
‘Tutto bene?’ chiede con una voce calda e calma. Poi sorride ancora una volta, un sorriso che promette e nega allo stesso tempo, richiude gli occhi e si muove di nuovo, accavallando le gambe in modo da scoprire ancora di più quel delizioso rigonfiamento di carne. Una parte del cervello di Dago, quella che ancora riesce a formulare pensieri coerenti, si ritrova a rivalutare completamente i viaggi in treno. Di noioso non c’è proprio più nulla.
‘FIRENZEEEEEEEEEE…. Stazione di FIRENZEEEEEEEEEEE…’
Il treno si sveglia di nuovo in stazione, la gente si muove e lei si ricompone con la stessa grazia studiata di prima. Si alza, sembra debba scendere, infila il cappotto con un movimento che sembra un passo di danza e si allontana lungo il corridoio, lasciando dietro di sé una scia del suo profumo che fa stringere lo stomaco a Dago.

Lui abbassa lo sguardo sul portatile, cercando di ignorare l’erezione che ancora pulsa nei pantaloni. ‘Torniamo al viaggio versione noiosa,’ pensa, ma la sua mente continua a tornare alle immagini di lei, alle cosce scoperte, a quel triangolo di stoffa nera tra le gambe. ‘Pirla…’ mormora a mezza voce, scuotendo la testa.

Il treno riparte e lui cerca di concentrarsi sul monitor, fissando righe di codice che sembrano scritte in una lingua aliena. Un’ombra si proietta sullo schermo. È lei che è ritornata, resta qualche secondo in piedi davanti a lui, come se volesse che lui notasse qualcosa, un particolare cambiato. Poi si muove e si sfila il cappotto, il suo profumo diventa più intenso, mescolandosi con quello della sua pelle leggermente sudata

Il sospetto che lo stia provocando deliberatamente diventa certezza quando prende una nuova bottiglietta d’acqua. I loro occhi si incrociano mentre lei svita il tappo con un movimento lento, quasi sensuale. Le sue labbra carnose si chiudono intorno al collo della bottiglia in un modo che non lascia spazio all’immaginazione, la lingua che sfiora appena il bordo prima di bere.

‘Va anche lei a Roma?’ La sua voce è miele liquido che gli cola nelle orecchie.

‘Scusi? Ah sì… vado a Roma,’ riesce a rispondere, cercando di mantenere un tono professionale mentre il suo corpo reagisce a ogni minimo movimento di lei.

Le ultime due ore di viaggio scivolano via in una conversazione che sembra innocente in superficie, ma è carica di sottintesi. Lei si muove come una gatta, ogni gesto studiato per mantenere alta la tensione: una mano che sistema una ciocca di capelli dietro l’orecchio, scoprendo il collo; le gambe che si accavallano facendo salire la gonna; dita che giocano distrattamente con il bordo della scollatura. La sua voce suadente, calma come un flauto fatato, racconta storie di cui Dago non ricorderà mai il contenuto, troppo distratto dal modo in cui le sue labbra si muovono mentre parla.

‘ROMAAAAAAAAAAAA…. Stazione di ROMAAAAAAA!’

L’annuncio gracchiante spezza l’incantesimo come un vetro che va in frantumi. Dago guarda il computer, realizzando che la presentazione è rimasta incompiuta. Ma in qualche modo se la caverà, come sempre.

Si alzano, lui la aiuta a recuperare la borsa dal portabagagli, le sue narici che si riempiono un’ultima volta di quel profumo che lo ha tormentato per ore, mentre i loro corpi si sfiorano poco innocentemente. La lascia scendere per prima, gli occhi incollati al movimento sinuoso dei suoi fianchi mentre cammina lungo la banchina. Poi, come in un sogno che si dissolve, escono da due uscite diverse, lasciando nell’aria solo il ricordo di una promessa non mantenuta.

La giornata a Roma è stata estenuante. La presentazione, completata all’ultimo sul taxi, ha funzionato, ma il cliente sembra divertirsi nel trovare continuamente modifiche da richiedere. Ore di discussioni che gli avevano quasi fatto perdere il treno del ritorno.

Era arrivato in stazione trafelato, giusto pochi minuti prima della partenza. Salì sulla prima carrozza a portata di mano, deciso a raggiungere il suo posto camminando attraverso il treno in movimento. Stranamente, il convoglio è quasi deserto, la sua carrozza completamente vuota.

Aveva raggiunto il suo posto ancora col fiato corto per la corsa. Mentre sistema il cappotto nota un indumento femminile sul sedile di fronte. Qualcosa in quel cappotto risveglia i suoi sensi, ma è troppo stanco per dar retta alle sue sensazioni. Si lascia cadere sul sedile, accende il portatile, pronto a buttare giù la relazione della giornata.

Il treno parte con un sussulto. Le dita iniziano a danzare sulla tastiera mentre la tensione della giornata lentamente si dissolve. All’improvviso, un profumo familiare gli solletica le narici un attimo prima che un’ombra gli oscuri lo schermo.

‘Buonasera… ancora lei?’

Il suo corpo reagisce a quella voce prima ancora che il cervello la riconosca. Un brivido elettrico gli corre lungo la schiena mentre alza lo sguardo. È lei, ancora più bella di quanto la ricordava, che lo guarda dall’alto con un sorriso che promette infiniti peccati.

‘Buonasera… che coincidenza,’ risponde, la voce leggermente roca, mentre si alza per farla accomodare. Il suo profumo lo avvolge, più intenso ora, mescolato con qualcosa di nuovo, più selvaggio.

‘Spero che il suo appuntamento sia andato bene…’ dice lei, sistemandosi con grazia studiata sul sedile.

‘Sì, grazie… faticoso ma produttivo. Lei… i suoi impegni?’ La guarda mentre si accomoda, la gonna che sale appena sulle cosce in un déjà-vu che gli fa trattenere il respiro.

Un sorriso malizioso le incurva le labbra carnose. ‘Oh, molto soddisfacenti. Il mio cliente è rimasto… più che contento.’ La sua lingua sfiora appena il labbro superiore mentre pronuncia l’ultima parola, un gesto quasi impercettibile che manda il sangue di Dago a pulsare nei punti sbagliati.

C’è qualcosa di diverso rispetto all’andata. Nessuna pretesa di sonno ora, nessun movimento casuale. I suoi occhi scuri lo fissano con intensità predatoria mentre accavalla le gambe, la gonna che sale a rivelare il pizzo delle autoreggenti. Il portatile è ancora sulle sue ginocchia, ma Dago ha già dimenticato cosa stesse scrivendo. Il suo sguardo è incatenato a lei, diviso tra il desiderio di perdersi in quegli occhi magnetici e la tentazione di esplorare ogni centimetro del suo corpo con lo sguardo.

La carrozza è deserta, il rumore ritmico delle rotaie l’unica colonna sonora per questa danza di sguardi e tensione crescente.

Non fingere indifferenza,” la sua voce è miele caldo che cola, “ho visto come mi guardavi questa mattina.” Un movimento fluido e le sue gambe si aprono appena, la gonna che sale quel tanto che basta per suggerire promesse. Non è un invito, è una dimostrazione di potere.

Dago sente la bocca seccarsi. Il suo sguardo si muove lento sul corpo di lei, senza più fingere disinteresse. “Non stavo fingendo indifferenza,” la sua voce è bassa, controllata, “stavo cercando di essere discreto.”

Lei sorride, un sorriso che parla di segreti e possibilità. Si sposta sul sedile, un movimento studiato che fa salire ancora di più la gonna, rivelando il pizzo nero delle autoreggenti e un accenno di quello che c’è oltre. “Discreto?” sussurra, “Non serve più esserlo. Siamo soli…” Una pausa carica di promesse. “E io ho voglia di giocare … Tu hai voglia di giocare … con me?” La voce della donna è tornata ad essere miele, questa volta bollente.

“Giocare?” è l’unica cosa che lui riesce a chiedere mentre sta cercando di capire cosa abbia in mente.

“Io sono qui, e tu resti seduto li, se ti alzi, chiamo il capotreno e dico che mi hai molestato.”

Dago deglutisce e annuisce.

“Voglio che mi dici cosa desideri vedere… cosa vorresti che facessi.”

Il respiro di Dago si fa più profondo mentre realizza le implicazioni di quelle parole. “Posso chiedere… qualunque cosa?” Chiede mentre la sua mente sta già iniziando a immaginare.

“Qualsiasi cosa,” conferma lei, la voce un sussurro sensuale che promette mille peccati. “Sarò il tuo giocattolo fino all’arrivo.” Le sue mani scivolano lungo i fianchi, un invito silenzioso. “Chiedimi quello che vuoi… e io lo farò.”

Il portatile viene chiuso e lanciato sul sedile accanto. Le possibilità si aprono davanti a lui come un ventaglio di tentazioni, mentre il suo sguardo vaga sul corpo di lei, cercando da dove iniziare questo gioco di dominazione mascherata da sottomissione. Perché anche se è lui a dare gli ordini, sono i desideri di lei a guidare questa danza.

“La gonna, alzala di più… voglio vedere meglio.” La voce di Dago è cambiata, è profonda e come se arrivasse da lontano.

Il sorriso di lei si fa felino, predatorio. Le sue dita scivolano lente lungo le cosce, portando con sé il tessuto della gonna in una carezza ascendente che rivela centimetro dopo centimetro di pelle olivastra incorniciata dal pizzo nero delle autoreggenti. Contemporaneamente allarga magistralmente le cosce esponendo totalmente il minuscolo tanga nero è poco più di una promessa di modestia.

“Così?” sussurra, ma sa già che non è abbastanza. Le sue dita giocano accarezzando il triangolino che copre malapena la sua clitoride, una danza ipnotica che fa trattenere il respiro a Dago che riesce a ringhiare “Togli quel minuscolo francobollo”. Con un movimento fluido, lo sfila, lasciandolo scivolare lungo le gambe come una carezza nera. Lo raccoglie con due dita, facendolo dondolare come un pendolo ipnotico davanti agli occhi di lui.

“Un ricordo…” mormora, lanciandoglielo con un gesto studiato. Il tessuto ancora caldo e odorante della sua figa atterra sul grembo di Dago. Il suo sesso ora è completamente esposto, una sottile striscia di pelo scuro che incornicia le labbra già lucide di desiderio.

“Meglio ora?” La sua voce è miele fuso che cola, mentre si sistema meglio sul sedile, aprendo maggiormente le gambe in un invito che è anche una sfida. “Cosa vuoi che faccia adesso?”

Il sangue di Dago pulsa nei pantaloni con tale intensità da fargli quasi male, mentre il profumo intimo di lei che emana dal tanga gli fa girare la testa. Le parole gli si accavallano nella gola, mentre il suo sguardo non riesce a staccarsi da quella visione proibita.

Lei si gira con la grazia di una danzatrice, inginocchiandosi sul sedile. La gonna sale completamente, rivelando la perfezione del suo posteriore incorniciato dalle autoreggenti. Le sue dita non hanno mai smesso di muoversi dentro di lei, e da questa posizione ogni movimento è ancora più evidente, più osceno.

“Così?” chiede, arcuando la schiena per offrirgli una vista migliore. Il suo sesso è completamente esposto ora, le dita che entrano ed escono con un ritmo ipnotico, le due dita che allargano il sesso offrendogli quasi la vista di una visita ginecologica, il tutto accompagnato da suoni umidi che fanno impazzire Dago.

“Aggiungi un altro dito,” la sua voce è un comando roco. “Voglio vedere quella figa allargarsi per te.” I suoi occhi sono incollati allo spettacolo, mentre la mano libera di lei si aggrappa al sedile per mantenere l’equilibrio.

Lei geme più forte quando aggiunge il terzo dito, il suo corpo che trema leggermente. “Oh cazzo…” sussurra, la testa che si piega all’indietro. “Mi piace quando mi dici cosa fare…” L’espressione di Dago quella di un uomo concentrato, focalizzato “Aggiungi in altro dito…” il tono è perentorio, il classico tono di chi è abituato ad ordinare. Non vista la ragazza si morde il labbro inferiore per l’eccitazione mentre ad indice, medio e anulare, aggiunge il mignolo. Le dita affondano, escono, mostrandogli il sesso dilatato sapientemente, per poi affondarle ancora, cercando ogni volta di affondarle un pochino di più.

“Ti piace farti guardare, vero puttana?” La voce di Dago è carica di desiderio e rabbia. “Ti piace mostrarmi quanto sei troia?”

Lei risponde aumentando il ritmo delle quattro dita, i gemiti che si fanno più intensi. Il suo corpo ondeggia seguendo il ritmo delle sue stesse dita, lo spettacolo più erotico che Dago abbia mai visto.

“Aggiungi anche l’ultimo dito.” Ora il morso le fa assaggiare il suo sangue. Sfila la mano, fa il cuneo con tutte le dita e… infila. Le ginocchia si allargano maggiormente, offrendosi ancora di più mentre la mano ruotando un poco, cerca di affondare, come se volesse spingere la mano tutta dentro.

Il tempo sembra cristallizzarsi in quella carrozza deserta, scandito solo dai gemiti sempre più profondi di lei e dal respiro pesante di Dago. I suoi occhi non riescono a staccarsi da quella mano che quasi scompare dentro di lei, dal modo in cui il suo corpo si contorce, cercando di accoglierla sempre più in profondità.

“Fermati,” la sua voce è un comando secco che la fa sussultare. “Tira fuori la mano… lentamente.”

Lei obbedisce, estraendo la mano con deliberata lentezza. Il suo sesso, dilatato e lucido, sembra pulsare nel vuoto improvviso. Le dita sono lucide della sua eccitazione, quasi grondanti.

“Leccale,” ordina lui. “Voglio vedere quanto ti piace il sapore della tua figa.”

Lei volta la testa verso di lui, gli occhi carichi di lussuria. La sua lingua serpeggia tra le dita, raccogliendo ogni goccia del suo stesso piacere. Uno spettacolo studiato per farlo impazzire, e sta funzionando perfettamente.

“Ora torna a scoparti,” la voce di lui è quasi irriconoscibile ora. “Ma questa volta guardami negli occhi mentre lo fai. Voglio vedere la tua faccia mentre ti scopi con tutta la mano.”

Gli occhi della ragazza non si staccano da quelli di Dago mentre la mano riprende la forma del cuneo e decisa affonda nella sua figa. In questo modo lui può vedere come si tortura le labbra mentre si masturba davanti a lui, per lui.

Un mix di umiliazione ed eccitazione danza nei suoi occhi mentre continua a guardarlo, le sue dita che eseguono ogni ordine come se fossero programmate per il suo piacere. Dago non resiste più: la zip dei pantaloni scende con un sibilo e il suo cazzo emerge duro, pulsante, la mano che inizia a muoversi su e giù lungo l’asta con un ritmo che rispecchia i gemiti di lei.

Ma il treno, indifferente testimone di questa danza di lussuria e potere, continua la sua corsa attraverso la notte italiana.

“FIRENZEEEEEEEEEE…. Stazione di FIRENZEEEEEEEEEEE…”

L’urlo metallico dagli altoparlanti spezza brutalmente la loro trance erotica. Si ricompongono con movimenti rapidi e febbrili, i respiri ancora pesanti, l’eccitazione che pulsa nelle vene come un veleno dolce. Il treno riparte, e con esso passa il controllore, ignaro testimone del loro segreto. Un rossore traditore colora i loro volti mentre lo stesso pensiero attraversa le loro menti: “Se fosse passato qualche minuto prima…” e questo pensiero ha lo stesso effetto su entrambi: eccitarli maggiormente.

Gli sguardi si incrociano di nuovo, carichi di una tensione elettrica che non ha nessuna intenzione di dissiparsi. Appena il treno si muove è lei a spezzare quell’equilibrio precario. Con un movimento felino si inginocchia tra le sue gambe, le mani che spalancano i suoi pantaloni con urgenza quasi violenta, liberando ed impugnando il suo cazzo ancora duro. La sua bocca si ferma a un soffio dal suo cazzo pulsante, gli occhi che cercano quelli di lui con una promessa di vendetta dolcissima.

“Hai commesso l’errore di… eccitarmi, eccitarmi molto… troppo… ora, la pagherai!”

Non gli concede il lusso di una risposta. La sua bocca si chiude intorno alla sua carne dura con fame vorace, succhiando con un’intensità che cancella ogni pensiero razionale dalla mente di Dago. Ogni volta cerca di ingoiarlo sempre di più, vuole fargli sentire le labbra alla base del cazzo.

Quest’assalto improvviso coglie Dago di sorpresa. Fino a quel momento, lei aveva mantenuto un controllo studiato, un gioco di seduzione a distanza. Ma ora… ora quella bocca che lo divora lo fa perdere ogni inibizione. Le sue mani volano alla camicetta di lei, realizzando finalmente la fantasia che lo tormentava dall’alba, liberando quei seni che lo hanno ossessionato per ore. La afferra per i capelli, un gesto di dominazione che la fa gemere attorno al suo cazzo, e la solleva. “Mettitelo tra le tette.”

La sua voce è tornata quella di uno abituato a comandare, e lei… lei obbedisce senza esitazione. Stringe i suoi seni attorno a quel cazzo lucido di saliva, muovendosi con un’urgenza che tradisce il suo desiderio di sentirlo esplodere tra le sue curve.

Ma il destino ha altri piani.

“BOLOGNAAAAAAA… stazione di BOLOGNAAAAAAAA…”

La frenata brusca interrompe nuovamente il loro momento. Questa volta, la ricomposizione è più lenta, più carica di promesse non mantenute. I corpi sono accaldati, i respiri irregolari tradiscono il desiderio che pulsa nelle vene, i vestiti e i capelli visibilmente arruffati. Tesi come corde di violino, ogni muscolo è pronto a scattare. Si studiano come due felini prima dell’attacco, il respiro trattenuto, gli occhi che si divorano a vicenda. La tensione è quella di due velocisti ai blocchi di partenza, i muscoli che tremano impercettibilmente nell’attesa. Il rumore delle rotaie sembra scandire un conto alla rovescia silenzioso.

Il controllore passa di nuovo, il suo sguardo si sofferma più a lungo questa volta, notando che hanno invertito i posti, come se cercasse di decifrare cosa sia successo in sua assenza. Ma prosegue, lasciandoli soli con quella tensione che sembra sul punto di esplodere.

Il treno riprende la sua corsa nella notte italiana. La carrozza resta deserta, come se il destino stesso volesse creare il palcoscenico perfetto per il loro desiderio. È Dago a spezzare l’immobilità. Si lancia su di lei con la ferocia di chi ha trattenuto troppo a lungo il proprio desiderio. La sua bocca divora quella di lei in un bacio che è più morso che carezza, mentre le mani cercano bramose ogni centimetro di pelle disponibile. Lei risponde con uguale intensità, lasciandolo fare per qualche istante prima di riprendere il controllo. Approfitta di una curva del treno per spingerlo indietro sul sedile, montandogli sopra con un movimento fluido e possessivo.

Le mani sembrano moltiplicarsi, dappertutto contemporaneamente, affamate di pelle e calore. I vestiti diventano ostacoli da superare rapidamente: lei libera la sua erezione dai pantaloni mentre lui le strappa quasi la camicetta, liberando quei seni che lo hanno torturato per ore. Lei lo guida dentro di sé con un movimento secco e deciso che li fa gemere entrambi. Lui afferra con fame le sue tette, le divora, alternando morsi e succhiate che la fanno gemere sempre più forte. Non ci sono più giochi di potere ora, solo desiderio primordiale.

L’unione è brutale e perfetta. Lui si inarca sotto di lei, la bocca che non abbandona i suoi seni, mordendoli, succhiandoli, mentre lei si muove sopra di lui con furia crescente, ogni spinta accompagnata da un gemito sempre più alto.

Il rollio del treno detta il ritmo del loro amplesso selvaggio. Si mordono, si baciano, le mani che graffiano e accarezzano, trovando quell’equilibrio perfetto tra dolore e piacere. Le spinte si fanno sempre più intense, più profonde, il tempo che perde significato mentre i loro corpi danzano al ritmo delle rotaie.

L’orgasmo li coglie come un’esplosione nucleare. Parte dal centro dei loro corpi e si espande in onde successive di piacere che li fanno tremare violentemente. Lei inarca la schiena, la testa gettata all’indietro in un grido silenzioso, mentre lui affonda i denti nel suo seno, spingendosi dentro di lei un’ultima volta, svuotandosi completamente. I loro corpi restano avvinghiati, pulsanti, coperti di sudore. Le bocche si cercano in baci più dolci ora, mentre gli ultimi spasmi del piacere li attraversano ad ogni sobbalzo del treno.

“MILANOOOOOOOOOOOOO… Stazione di MILANOOOOOOOOOOO….”

Un riso sommesso li scuote entrambi, complici improvvisi di questa follia condivisa. Lei lo stringe in un ultimo abbraccio, lo bacia con una dolcezza che contrasta con la furia di poco prima. “Ti conviene ricomporti,” sussurra staccandosi da lui, “prima che passi il capotreno.”

Mentre sistema la zip dei pantaloni, la osserva ricomporsi con la stessa grazia studiata che l’ha caratterizzata per tutto il viaggio. La carrozza inizia a riempirsi di passeggeri, un fiume di umanità ignara che scorre verso le porte, ansiosa di tornare alle proprie vite ordinarie.

Nella sua mente, pensieri, desideri ed emozioni si mescolano in un vortice indecifrabile. Non riesce a staccare gli occhi da lei, come se temesse di vederla dissolversi nell’aria come un’allucinazione febbrile.

“Casa mia non è lontana dalla stazione,” le parole gli escono quasi involontarie mentre infila il portatile nella valigetta. Quando trova il coraggio di alzare lo sguardo, incontra i suoi occhi che lo studiano con l’intensità di un giocatore di scacchi che valuta la prossima mossa. Sospira, dichiarando con onestà. “Sì, vorrei continuare quello che abbiamo iniziato, mi sembrerebbe stupido prenderti in giro.” Lo sguardo si fa più sicuro, la voce più calda. “Anche se … ho qualche dubbio di aver capito che mestiere fai.”

Lei scoppia a ridere mentre si alza a prendere il cappotto. “Quindi hai paura che potrei essere solo un problema di… cifra?” Le sue dita allacciano i bottoni del cappotto mentre lo guarda.

Si alza anche lui, e improvvisamente lo spazio tra loro sembra carico di elettricità statica. Le loro labbra sono pericolosamente vicine. “Secondo te mi sono preoccupato di che mestiere tu faccia nelle ultime ore?” Le cinge la vita, attirandola a sé. La bacia con deliberata lentezza, mordendole il labbro inferiore, assaporando quest’ultimo momento di intimità. “Dimmi tu se tu pensi sia solo un problema di… cifra?” La fissa per un istante che sembra contenere universi, poi la lascia andare. “Potrebbe anche non essere un problema …” aggiunge con un tono di voce che lascia trasparire quanto la desideri, quanto vorrebbe andare oltre a quel divertente assaggio sul treno.

Il treno inizia la sua lunga frenata finale. Si avvia lungo il corridoio, fermandosi davanti alla porta qualche secondo prima che si apra. Ogni nervo del suo corpo è teso, in attesa di un suono, di un profumo che gli dica che lei lo sta seguendo. Il silenzio alle sue spalle fa crescere un nervosismo che gli stringe lo stomaco. La mano sulla maniglia della valigetta si serra sempre più forte, mentre una voce dentro di lui urla sempre più insistente: “Sei un pirla!”

I suoi passi echeggiano sulla banchina della stazione, il cuore che martella sempre più forte nel petto, quella voce interiore che è diventata un urlo assordante nella sua testa.

Tac, tac, tac, tac, tac.

Il cuore si ferma per un istante. Quel ritmo inconfondibile di tacchi sul marmo della stazione. I suoi sensi si risvegliano come da un lungo letargo. Il suo profumo lo raggiunge, un lazo invisibile che lo cattura e lo tiene. Rallenta impercettibilmente, e con la coda dell’occhio la vede materializzarsi al suo fianco. Le sue dita scivolano sotto il suo braccio con naturalezza studiata. “Credo che tu non abbia capito un cazzo del lavoro che faccio … ma mi farebbe piacere trovare dei soldi sul comodino per farmi sentire la tua puttana.” mormora con un sorriso che promette mille segreti.

Il suo braccio scivola naturalmente a cingerle la vita, attirandola più vicino, come se quel gesto fosse stato scritto nel destino.

“Sono sicuro che troveremo un accordo,” ricambia il sorriso, rubandole un bacio che sa di promesse.

Davanti a loro, una semplice scalinata li separa dal taxi che li porterà a casa sua, verso un finale ancora tutto da scrivere.

Mentre il taxi sfreccia attraverso le strade notturne di Milano, i loro corpi si sfiorano ad ogni curva, elettrici di anticipazione. Lei ha appoggiato la testa sulla sua spalla, un gesto sorprendentemente intimo dopo la furia selvaggia del treno. Il profumo dei suoi capelli gli ricorda che tutto questo è reale, non un’allucinazione erotica nata dalla noia di un viaggio di lavoro. La sua mente vagabonda tra i ricordi delle ultime ore e le promesse dei momenti a venire, consapevole che stanno attraversando una soglia da cui non potranno tornare indietro. O forse l’hanno già attraversata, in quel momento sul treno quando i loro sguardi si sono incrociati per la prima volta, e tutto il resto è stato solo un elaborato preludio a questo viaggio verso casa, verso qualcosa che nessuno dei due può ancora definire ma che entrambi desiderano esplorare.