DAGO HERON

Maionese

[Revisione 01.2025]

Era stata una notte di sesso sfrenato, in quell’appartamento romano che fino a poche ore prima era stato solo di Elena. Almeno così l’aveva vissuta Dago. Avevano passato ore a scoparsi con abbandono totale, a sfidare i confini del piacere l’uno dell’altro, fino a quando i loro corpi avevano ceduto insieme, mentre il sesto rintocco della campana vicina si perdeva nel silenzio dell’alba.

Alle 13 Dago si era svegliato, o meglio, era stato riportato alla realtà dai morsi della fame. D’altronde erano quasi 24 ore che non toccava cibo. Con delicatezza era riuscito a liberarsi dall’abbraccio di Elena, scivolando fuori dal letto senza disturbare il suo respiro regolare. Sotto la doccia, aveva lasciato che l’acqua calda sciogliesse la tensione dai suoi muscoli indolenziti dopo ore di amplessi.

Con solo l’asciugamano avvolto intorno alla vita, si era diretto in cucina dell’appartamento ancora sconosciuto, mosso dalla fame e dal desiderio di preparare qualcosa anche per lei.

La dispensa gli aveva offerto una vista essenziale: qualche pacco di pasta, una scatola di tonno solitaria, un paio di patate, dell’aglio e una cipolla che attendeva paziente.

Il frigorifero non era molto più generoso: tre bottiglie di “Crystal” facevano da guardiane a un panorama scarno. Sparsi tra i ripiani quasi deserti, un pacchetto di salmone affumicato, un panetto di burro, alcune uova, dei gamberetti, tre limoni, della panna da montare e un ketchup dimenticato. Poco altro. Ma Dago, eccitato dall’idea di cucinare per lei in quella cucina ancora da scoprire, aveva già deciso cosa fare.

Due pentole d’acqua sul fuoco, e tutto quello che gli serviva disposto sul tavolo: un tagliere consumato e un coltello dalla lama affilata che aveva trovato in uno dei cassetti. Prese il salmone e con gesti precisi iniziò a sminuzzarlo, disponendolo poi in una padella con una noce di burro, in attesa del suo momento. I gamberetti li pulì con cura, li sciacquò sotto l’acqua corrente e li adagiò su un canovaccio pulito. Spelò le patate e le mise nell’acqua che iniziava a bollire. Si preparò al momento più delicato.

Ruppe un uovo nella bacinella e si apprestava a lavorarlo quando un movimento alla porta della cucina catturò la sua attenzione, fermandogli il respiro per un istante.

Elena era apparsa sulla soglia, osservando con curiosità e desiderio l’uomo che aveva trasformato il suo tranquillo weekend romano in questa inaspettata avventura. Nel chiarore della cucina, il fisico asciutto e vagamente atletico di Dago si muoveva con una naturalezza che la ipnotizzava. I suoi cinquant’anni portati con eleganza si rivelavano nei capelli corti brizzolati e nel viso maturo ma attraente, privo di barba. C’era qualcosa di incredibilmente erotico nel modo in cui le sue mani si muovevano sicure tra i fornelli, come se ogni gesto nascondesse una promessa di piacere.

Dago si fermò a guardarla, colpito ancora una volta dalla follia di quello che stavano vivendo. Lei lì, nella sua cucina, il corpo affusolato avvolto nella sua camicia che lasciava intravedere i seni prosperosi e i fianchi morbidi. I capelli neri e lisci le ricadevano fino a metà schiena, ancora spettinati dalla notte di passione. La stoffa bianca della camicia, che le arrivava a metà coscia, la rendeva ancora più sensuale di quando era nuda – un pensiero che gli fece stringere istintivamente il coltello che aveva in mano. Seicento chilometri di distanza cancellati da una notte di sesso, e ora lei era lì, più vera e desiderabile di qualsiasi fantasia.

Si erano conosciuti solo due settimane prima in chat. Un gioco, forse una sfida. Poi in pochi giorni quell’attrazione virtuale era diventata una forza irresistibile, con solo la geografia a dividerli – Dago a Milano, Elena a Roma. Fino a ventiquattro ore fa, quando aveva preso quella decisione folle. Non aveva nemmeno una sua foto, solo la sua voce al telefono e quelle ore di chat che gli avevano fatto perdere ogni resistenza. Alle 15 era salito in macchina. Alle 20 l’aveva chiamata: “Sono a Roma… posso invitarti a cena?”

Il silenzio che seguì aveva la densità dell’attesa, carico di tutte le possibilità che quella notte romana prometteva. “Non può essere vero,” la voce di Elena oscillava tra incredulità e desiderio. Ci vollero dieci minuti di dolce insistenza, la voce di Dago che si faceva strada tra i suoi dubbi come acqua tra le rocce: “Sono qui davvero. Ho guidato cinque ore. Per te.”

Elena cedette, più alla curiosità che alla persuasione. Le sue indicazioni arrivarono precise, misurate, la voce che tradiva un’eccitazione malcelata sotto una patina di prudenza. Dal momento in cui aprì la porta, ogni esitazione svanì nell’urgenza del primo contatto. I loro corpi si riconobbero prima ancora che le menti potessero elaborare quella follia, e la cena rimase un’idea dimenticata nel calore di quel primo bacio.

“Che fai?” la sua voce lo riportò al presente, morbida e ancora impastata di sonno.

“Ho una fame da lupi,” rispose lui, continuando a tagliare il salmone con precisione metodica, “e sto improvvisando qualcosa per entrambi.”

“In cucina sono negata,” ammise Elena, appoggiandosi al bancone con una grazia inconsapevole che rendeva la sua camicia – la camicia di lui – ancora più seducente.

“Tagliatelle al salmone, gamberetti in salsa rosa, patate lesse,” elencò Dago, cercando di concentrarsi sul coltello e non su come il tessuto bianco scivolava sulle cosce di lei. “Il meglio che ho trovato nella tua dispensa.”

“Quanto ci vuole ancora?” chiese lei, e nella sua voce c’era una fame che non aveva nulla a che fare con il cibo.

“È quasi tutto pronto,” rispose lui voltandosi. “Manca solo la salsa per i gamberetti… mi dai una mano?”

“Non saprei da dove cominciare…” mormorò lei, e il suo sorriso era un invito che andava ben oltre la cucina.

“Lascia che ti guidi io…” sussurrò Dago, avvicinandosi. Praticamente la avvolse tra le sue braccia, il suo petto contro la schiena di lei, mentre posizionava la frusta tra le sue dita. Con l’altra mano si unì a quella di Elena per tenere ferma la bacinella. Il suo profumo, un mix di sonno e desiderio, iniziava già a inebriarlo. I suoi movimenti erano lenti, precisi, mentre guidava la mano di lei a far ruotare la frusta nell’uovo.

Se Dago avesse premeditato tutto questo, si sarebbe potuto pensare a una mente perversa. Ma non aveva previsto l’effetto che il semplice movimento rotatorio avrebbe provocato. I loro corpi iniziarono a ondeggiare insieme, un ritmo lento e ipnotico. Le natiche di Elena premevano contro il suo inguine con una pressione che non poteva essere casuale.

La combinazione del contatto dei loro corpi e i ricordi ancora freschi della notte appena trascorsa ebbero un effetto immediato. Elena non poté fare a meno di sentire come il suo membro stesse cambiando consistenza e dimensioni, e con un sorriso malizioso intensificò deliberatamente l’eroticità dei suoi movimenti.

L’uovo nella bacinella era ormai solo un pretesto, dimenticato nel rinnovarsi della loro attrazione.

Le mani di Dago lasciarono la bacinella, sicure e calde sulla sua pelle. Erano mani che sapevano esattamente cosa volevano, esperte nel dare e nel prendere piacere. Attraverso la sottile barriera della camicia, le sue dita trovarono i capezzoli già turgidi, li stuzzicarono con tocchi sapienti mentre il suo cazzo pulsava contro le natiche di lei. Elena rispose spingendo il bacino all’indietro, eccitata da quella sicurezza maschile che emanava da ogni suo gesto. I movimenti lenti e deliberati con cui si strusciava contro la sua erezione erano una risposta a quelle mani che la stavano facendo impazzire.

Con gesti che non tradivano più alcuna esitazione, Dago iniziò a sbottonarle la camicia. Le sue dita si muovevano con una perizia che parlava di anni di esperienza, liberando un bottone dopo l’altro, rivelando la pelle nuda di lei. Elena si lasciò spogliare, il respiro sempre più pesante, divisa tra il desiderio che quei tocchi esperti continuassero all’infinito e la voglia bruciante di sentirlo di nuovo dentro di sé. Non indossava nulla sotto, e le mani di lui – quelle mani magistrali che sembravano conoscere ogni punto sensibile del suo corpo – corsero sulla sua pelle nuda, sui seni ormai liberi, sul ventre che fremeva sotto il suo tocco, scendendo fino al suo pube. La trovò già bagnata, pronta per lui, eccitata da quella sapienza con cui la stava toccando. Le sue dita scivolarono tra le sue labbra umide mentre con l’altra mano continuava a giocare con i suoi seni, ogni tocco una tortura deliziosa che la faceva oscillare tra l’estasi del momento e il bisogno urgente di sentirlo spingere dentro di lei.

“Voglio sentirti dentro,” sussurrò Elena con voce roca, spingendosi contro le sue dita, ormai al limite tra il piacere delle sue carezze esperte e il desiderio di essere scopata. L’asciugamano scivolò dai fianchi di Dago, liberando la sua erezione che premeva dura contro le natiche di lei. Elena si piegò leggermente in avanti, appoggiandosi al bancone della cucina, offrendosi a lui con un gemito che era insieme supplica e pretesa.

Fu come se un’onda di piacere puro si propagasse dal suo centro verso ogni terminazione nervosa del suo corpo, una marea crescente che minacciava di sommergerla completamente. Elena sentì l’orgasmo costruirsi dentro di lei come una tempesta, ogni muscolo che si tendeva, ogni sensazione che si amplificava fino all’insopportabile. Le dita esperte di Dago sul suo clitoride, il suo cazzo che la riempiva con spinte sempre più possessive, il suo respiro caldo sul collo – tutto convergeva in un punto di pura estasi, ogni sensazione amplificata dall’intimità del momento.

“Sto venendo… non fermarti,” riuscì a mormorare tra un gemito e l’altro, la voce rotta dal desiderio. Quelle parole risuonarono nella testa di Dago come un mantra primordiale, scatenando un desiderio ancestrale che andava oltre la ragione. Le sue mani si aggrapparono spasmodicamente ai seni di Elena, i capezzoli duri contro i suoi palmi, mentre i suoi lombi trovavano nuova energia per scoparla ancora più a fondo e velocemente. La bocca sul collo mordeva e succhiava, marcandola, mentre il piacere oramai insopportabile cresceva in ogni cellula del suo corpo come una fiamma incontrollabile.

L’orgasmo la travolse completamente, un’esplosione di puro piacere che partiva dal suo centro e si irradiava fino alle estremità del suo essere. Il suo corpo si inarcò contro quello di lui come un arco teso al limite, la sua fica che pulsava e si stringeva ritmicamente intorno al suo cazzo, mentre ondate di piacere la attraversavano una dopo l’altra come scariche elettriche. Le sue grida riempirono la cucina mentre il piacere esplodeva dentro di lei, cancellando ogni pensiero, ogni sensazione che non fosse quell’estasi pura che la stava consumando, era come se stesse avendo orgasmi a ripetizione uno dopo l’altro, ogni volta più intenso del precedente.

Dago la sentì venire violentemente intorno al suo cazzo, risucchiato da questa sensazione devastante che minacciava di fargli perdere la ragione. Con un grugnito profondo e animale iniziò a schizzare dentro di lei tutto il piacere che era rimasto nel suo corpo, spingendo come un posseduto ogni volta che i lombi ordinavano di espellere altro sperma. Continuò a far tremare di piacere Elena fino a quando non collassò contro il bancone della cucina, il respiro spezzato, il corpo ancora scosso da piccoli tremiti di piacere, con il peso di lui che la ancorava alla realtà.

L’acqua continuava a bollire, e l’uovo ormai era definitivamente impazzito, testimone silenzioso della loro passione. I loro corpi rimasero immobili, ansimanti, mentre lentamente ritornavano dal regno del piacere puro a quello della consapevolezza. Ogni muscolo rilassato cantava una storia di appagamento, ogni nervo ancora vibrante raccontava la memoria del piacere appena vissuto. Le loro anime, per un momento, si erano disperse nelle galassie dell’orgasmo, libere da ogni vincolo terreno.

L’attrazione che può nascere tra due persone può essere più forte della fame, più urgente di qualsiasi bisogno primario. Il pranzo poteva aspettare – in fondo, si stavano già nutrendo l’uno dell’altra, in quella cucina romana che era diventata il palcoscenico perfetto per questa follia a due. E chissà se Dago sarebbe mai riuscito a preparare quella maionese, o se Elena avrebbe trovato altri modi per fargli dimenticare la fame.