[Revisione 01.2025]
Era stato un impulso, quasi una follia. Dago aveva prenotato la baita su Airbnb in un momento di audacia, mentre guardava Elena durante l’ultima riunione aziendale. Lei seduta dall’altro lato del tavolo, la penna che giocava distrattamente tra le dita affusolate, gli occhi concentrati sui documenti che analizzava con la sua solita precisione maniacale. Quella sera stessa le aveva mandato un messaggio: “Ho una proposta per il weekend. Solo noi due, una baita in montagna, niente telefonate di lavoro.”
La loro relazione – se così si poteva chiamare – era un delicato equilibrio di attrazione e cautela. Tre mesi di sguardi rubati in ufficio, di conversazioni che si prolungavano oltre l’orario di lavoro, di tocchi casuali che di casuale avevano ben poco. Elena, brillante responsabile del controllo qualità, e lui, direttore vendite – una combinazione che richiedeva discrezione assoluta.
Lei aveva accettato con un semplice “Sì”, e quel monosillabo conteneva universi di significato.

Erano arrivati alla baita la mattina presto, il sole splendeva in cielo, nemmeno una nuvola e l’aria frizzante di ottobre che invitava a camminare. Avevano sistemato velocemente i bagagli e lasciato la baita presto, seguendo un sentiero che si inerpicava tra larici dorati. Elena parlava del suo lavoro con passione trattenuta, e Dago la osservava, affascinato dal modo in cui si animava descrivendo i suoi progetti. Poi, come spesso accade in montagna, il tempo era cambiato in un battito di ciglia.
Quando finalmente raggiunsero la baita, erano fradici fino alle ossa. Dago si mosse con urgenza verso il camino, dove la cenere del fuoco mattutino conservava ancora un pallido ricordo di calore. Le sue dita, intorpidite dal freddo, armeggiarono con la legna fino a quando una piccola fiamma prese vita, crescendo rapidamente in un fuoco robusto e rassicurante.
“Vado a scaldarmi con una doccia,” mormorò Elena, la voce che tremava leggermente. Non era solo il freddo a farla tremare – c’era qualcosa nell’aria, una tensione sottile come un filo di seta teso tra loro.
Mentre l’acqua scrosciava nel bagno, Dago si mosse nella penombra della stanza cercando di decidere se quello che era successo era una sventura o, contrariamente, un’ottima occasione. Si spoglio liberandosi dei vestiti bagnati e freddi cercando di appenderli ad una sedia vicino al fuoco.
Nudo, con l’acqua che ancora gli scivolava lungo la schiena, trovò una coperta di cashmere color crema abbandonata sul bracciolo di una poltrona – un tocco di lusso inaspettato in quella baita rustica. Se ne avvolse completamente, sentendo la carezza del tessuto pregiato sulla pelle nuda, un contrasto sensuale con il freddo che ancora gli mordeva le ossa. Si sedette sul tappeto davanti al caminetto, appoggiandosi al divano mentre il crepitio della legna che bruciava creava una melodia ipnotica, un invito a lasciar vagare la mente verso territori inesplorati. Le fiamme danzavano, proiettando ombre mutevoli sulle pareti di legno, come pensieri che si rincorrevano.
Elena emerse dal bagno come una apparizione, avvolta nell’accappatoio di spugna. I suoi occhi scuri, solitamente sfuggenti, ora brillavano di una luce nuova. Il suo corpo ancora vibrava di brividi – ma non era più chiaro se fossero di freddo o di anticipazione. Si fermò un istante, come sospesa tra due mondi: quello ordinato e controllato che aveva sempre abitato. La voce di Elena risuonò nella stanza, con un tono particolare, quasi supplichevole: “Mi faresti un po’ di posto sotto la coperta?”
“Volentieri, ma io qua sotto sono nudo,” rispose Dago. Non era una provocazione, ma un’offerta – uno spazio di possibilità che si apriva tra loro.
I loro sguardi si incontrarono in quella danza antica quanto il mondo – il gioco del potere e della seduzione. Elena sentì qualcosa sciogliersi dentro di sé, come ghiaccio al sole. Per una volta, il suo bisogno di controllo si trasformò in qualcosa di diverso: il controllo non di sé stessa, ma della situazione. Del desiderio negli occhi di lui.
Senza distogliere lo sguardo – in quello spazio sospeso tra decisione e abbandono – le sue dita trovarono il nodo dell’accappatoio. Lo sciolse con una lentezza deliberata, assaporando ogni momento di anticipazione. Il tessuto di spugna scivolò ai suoi piedi con un fruscio che sembrò riempire la stanza.
Il fuoco dipingeva il suo corpo di ambra e ombre, trasformando ogni curva in un segreto da svelare. Dago, abituato a guidare ogni situazione, era preso in contropiede da questa versione di Elena che non aveva mai osato immaginare. Il suo sguardo vagava sul corpo di lei come se stesse cercando di memorizzare ogni dettaglio, ogni sfumatura di luce sulla pelle.
“Allora, questo posto?” La voce di Elena era poco più di un sussurro, ma conteneva una sicurezza nuova, quasi predatoria.
Dago aprì la coperta di cashmere, un invito silenzioso. Elena si mosse verso di lui con la grazia di chi sa esattamente l’effetto che sta producendo. Si adagiò al suo fianco, permettendo alla coperta di avvolgerli entrambi mentre le braccia di lui la circondavano in un abbraccio che era tanto protezione quanto prigione volontaria.
Il suo corpo cercò quello di lui istintivamente, avvinghiandosi a lui come un koala, cercando il contatto con il suo corpo, un contatto che raccontava cose che le parole non sarebbero state capaci di raccontare. Avvolse le sue gambe attorno alla gamba sinistra di lui, premendo il sesso contro la sua coscia. I seni cercarono il suo petto. Le mani cercavano di conoscere il resto del corpo. “Sei ghiacciata,” mormorò lui, ma c’era qualcosa di roco nella sua voce, un tremore che non aveva nulla a che fare con la temperatura.
“Scaldami.” Non era una richiesta, era una sfida e un’offerta. Elena insinuò il viso nell’incavo del suo collo, un gesto apparentemente innocente che nascondeva una promessa. La sua mano si mosse con studiata casualità sull’addome di lui, sentendolo contrarsi sotto il suo tocco. Poi proseguì più giu.
Un suono di piacere le sfuggì dalle labbra, qualcosa di primitivo e felino, mentre iniziava ad accarezzarlo con movimenti leggeri come ali di farfalla. Sentiva il potere crescere dentro di sé con ogni respiro trattenuto di lui, con ogni minimo tremito dei suoi muscoli sotto le sue dita. Era una danza sottile di controllo e abbandono, dove chi guidava e chi seguiva si confondevano in un gioco di specchi.
Il calore cresceva tra loro, e non era più chiaro se venisse dal fuoco nel camino o da quello che si stava accendendo sulla loro pelle. Elena sapeva che ogni suo movimento stava spingendo Dago più vicino al limite del suo controllo, e questa consapevolezza la inebriava. Il potere non stava nel dominare, ma nel condurre questa danza con la certezza che, alla fine, sarebbero caduti insieme.
Le dita di Elena tracciavano mappe immaginarie sul corpo di Dago, ogni tocco una domanda silenziosa, ogni carezza una risposta sussurrata. La sua mano scivolò più in basso, afferrando il suo sesso, avendo conferma, una sincera conferma, di quanto si desiderassero. Un sorriso le increspò le labbra contro il collo di lui – in quel momento, il potere era tutto suo, nella sua mano che non smetteva di segarlo lentamente.
Ma Dago non era un uomo abituato a cedere facilmente il controllo. Le sue mani, fino a quel momento ferme sulla schiena di lei, presero vita. Iniziarono a esplorare la sua pelle con tocchi precisi, studiati, trovando quei punti dove il piacere confina con il solletico, dove la sensibilità è così intensa da far trattenere il respiro. Elena sentì il suo vantaggio iniziare a scivolare via, come sabbia tra le dita.
“Non è giusto,” mormorò contro il suo collo, ma il suo corpo la tradiva, concedendosi a quelle mani che la stavano facendo impazzire. Le sue dita strinsero più forte l’erezione di lui, cercando di riprendere il controllo della situazione, ma ogni sua mossa trovava una contromossa – un bacio sul collo, un morso leggero sulla spalla, dita che scivolavano lungo la sua schiena con una lentezza esasperante.
Il gioco di potere si trasformava in una danza sempre più complessa. Elena sentiva il suo corpo rispondere a ogni tocco, a ogni carezza, mentre la sua mente lottava per mantenere quel controllo che era sempre stato il suo rifugio sicuro. Ma c’era qualcosa di liberatorio in questo perdere il controllo, in questo lasciarsi guidare dalle sensazioni.
Le mani di Dago si fecero più audaci, tracciando percorsi sempre più intimi sul suo corpo. Quando le sue dita trovarono il suo sesso, Elena dovette soffocare un gemito contro la sua spalla. Era bagnata, pronta, e questa consapevolezza la faceva sentire vulnerabile e potente allo stesso tempo.
I loro respiri si mescolavano nell’aria calda della stanza, sempre più rapidi, sempre più urgenti. Le loro bocche si cercarono con l’inevitabilità di un’onda che raggiunge la riva. Il bacio fu come un’esplosione incontrollata, un momento in cui tutto il desiderio represso, tutti i giochi di potere, si trasformarono in pura passione. Le loro lingue danzavano, si rincorrevano, mentre i loro corpi si premevano l’uno contro l’altro dichiarando un’urgenza crescente.
Elena sentì le ultime barriere del suo controllo dissolversi come nebbia al sole. Le sue mani non cercavano più di guidare, ma di esplorare, di conoscere, di godere. Il suo corpo parlava un linguaggio primordiale che non aveva bisogno di parole, solo di pelle contro pelle, di respiri spezzati, di gemiti trattenuti che diventavano sempre più difficili da soffocare.
Il mondo si era ridotto a sensazioni pure – il calore della pelle, il sapore del desiderio, il suono dei respiri che si facevano sempre più profondi. Elena sentiva il corpo di Dago rispondere a ogni suo tocco, mentre le sue mani continuavano quella danza ipnotica sul suo sesso. Lo sentiva crescere ancora di più sotto le sue carezze esperte, e questa consapevolezza le dava un piacere quasi doloroso.
Dago affondò il viso tra i suoi seni, la sua bocca che cercava, trovava, assaporava. La sua lingua tracciava spirali sempre più strette intorno ai capezzoli, li sfiorava appena, si allontanava, tornava. Elena inarcò la schiena, offrendosi a quella tortura deliziosa, mentre la sua mano continuava a muoversi su di lui, ora più veloce, ora più lenta, in un ritmo che li stava facendo impazzire entrambi.
“Voglio assaggiarti,” sussurrò lui sulle sue labbra. Non era una richiesta, non era un ordine – era una dichiarazione di intenti che fece tremare Elena. In un vortice di sensazioni si ritrovò distesa sul tappeto, prona, sorpresa dalla morbidezza inaspettata della lana sotto la sua pelle nuda – un contrasto delizioso con la ruvidezza controllata della sua vita quotidiana. La coperta non si sapeva dove fosse finita.
Elena si lasciò guidare, abbandonandosi a quella promessa sussurrata. Sentì le labbra di lui tracciare una scia di baci lungo il suo corpo – il collo, le clavicole, i seni, il ventre. Ogni bacio era una anticipazione, ogni carezza un preludio. Quando finalmente la sua bocca raggiunse la sua figa, Elena dovette mordersi un labbro per non gridare.
La lingua di Dago la esplorava con una precisione che le ricordava, in un lampo di lucidità quasi comico, come lei stessa analizzava le curve di qualità in ufficio. Ma qui non c’erano grafici da interpretare, solo il grafico del suo piacere che saliva vertiginosamente, cancellando ogni traccia della donna metodica e controllata che era sempre stata. La trovava, la perdeva, la ritrovava – ogni tocco calibrato per portarla sempre più vicino al limite senza mai superarlo.
Elena affondò le dita nei suoi capelli, non più per guidare ma per ancorarsi a qualcosa mentre il piacere cresceva dentro di lei come una marea. I suoi fianchi si muovevano contro la sua bocca con un’urgenza che non riusciva più a controllare. Sentiva il suo stesso sapore nelle carezze della sua lingua, e questa consapevolezza la eccitava ancora di più – qui non c’erano relazioni da compilare, solo relazioni da consumare.
“Ti prego,” sussurrò, e in quella supplica c’era tutto – il desiderio, l’abbandono, la resa. Ma era una resa che sapeva di vittoria, perché in quel momento erano entrambi prigionieri dello stesso desiderio, schiavi della stessa passione.
La supplica di Elena vibrò nell’aria come una corda di violino toccata con troppa forza. Dago sollevò il viso dal suo sesso, la bocca lucida del suo piacere, gli occhi scuri di desiderio. Si mosse su di lei come un’onda che risale la spiaggia, il suo corpo che scivolava contro il suo in una frizione che prometteva e minacciava allo stesso tempo.
Le loro bocche si incontrarono di nuovo, e questa volta Elena assaporò sé stessa sulle sue labbra, sulla sua lingua – un sapore primitivo che risvegliava istinti sepolti sotto anni di controllo. Le sue mani trovarono la sua erezione, ancora più dura, guidandolo dentro di sé con un’urgenza che non ammetteva più esitazioni.
Dago si fermò un istante, il suo sesso che premeva contro la sua figa senza penetrarla – un ultimo momento di tortura, un ultimo gioco di potere. Elena inarcò i fianchi verso di lui, cercandolo, volendolo. “Adesso,” sussurrò, e questa volta non era una supplica ma un comando.
Lui la penetrò con una spinta decisa, profonda, che li fece gemere entrambi. Si fermò quel tanto che, sepolto dentro di lei, i loro corpi si adattassero l’uno all’altro. Elena lo sentiva pulsare dentro di sé, ogni battito del suo cuore echeggiava nel suo sesso, creando una sinfonia di sensazioni che le annebbiava la mente.
Iniziarono a muoversi insieme, trovando un ritmo che era una nuova scoperta, era loro. Le mani, le bocche, erano strumenti che permettevano di aggiungere accenti ad una sinfonia quasi perfetta. Elena sentiva il piacere costruirsi dentro di lei come un’onda che cresce al largo, inarrestabile e potente.
Lui cambiava angolazione, velocità, profondità – ogni variazione una nuova scoperta, ogni spinta un nuovo territorio di piacere. Le sue mani trovarono i suoi seni, li accarezzarono, li strinsero, mentre la sua bocca le divorava il collo, le spalle, catturando ogni suo gemito.
“Più forte,” mormorò Elena, sorpresa dalla sua stessa voce, roca di desiderio. Non era più la precisa analista del controllo qualità – era una creatura di puro istinto, di pura sensazione. Le sue unghie affondarono nella schiena di lui, lasciando segni che sarebbero durati giorni, marchi di questo momento di abbandono totale.
Il piacere cresceva dentro Elena come una spirale che si avvolgeva su se stessa, ogni spinta di Dago la portava più vicina a un punto di non ritorno. Il tappeto sotto di lei era ormai intriso del loro calore, testimone silenzioso di questa metamorfosi in cui la donna di ghiaccio si scioglieva in puro desiderio.
Le sue mani scivolarono lungo la schiena di lui, sentendo i muscoli tendersi e rilassarsi sotto la pelle mentre si muoveva dentro di lei. Ogni spinta era diversa della precedente, ogni respiro più urgente. Elena sentiva il controllo – quel fedele compagno di una vita – dissolversi come nebbia al sole.
I loro corpi avevano trovato una sintonia perfetta, muovendosi insieme in una danza primordiale che cancellava ogni pensiero razionale. Elena sentiva il piacere accumularsi nel suo ventre, onde successive che minacciavano di travolgerla. Le sue gambe si strinsero intorno ai fianchi di lui, cercando di spingerlo ancora più profondamente dentro di sé.
“Così,” sussurrò, la voce spezzata dal desiderio. “Non fermarti.” Il suo corpo si tendeva come un arco, ogni muscolo teso nell’attesa di qualcosa che sapeva sarebbe stato devastante.
Dago aumentò il ritmo delle spinte, il suo respiro caldo contro il collo di lei, le sue mani che la tenevano come se temesse potesse svanire. Elena sentì l’orgasmo costruirsi dentro di lei come una tempesta in arrivo – inevitabile, potente, travolgente.
Quando il piacere esplose, fu come se il mondo si frantumasse in mille pezzi luminosi. Il suo corpo si inarcò contro quello di lui, mentre ondate di piacere la attraversavano una dopo l’altra. Sentì Dago irrigidirsi sopra di lei, dentro di lei, il suo gemito roco che si mescolava ai suoi mentre si perdeva nel proprio orgasmo.
Rimasero così, intrecciati, i corpi tremanti e coperti di sudore, mentre gli ultimi echi del piacere si disperdevano lentamente. Elena sentiva il cuore di lui battere contro il suo petto, un ritmo che gradualmente tornava normale. Le sue mani accarezzavano pigramente la schiena di lui, non più con urgenza ma con una tenerezza che la sorprese.
Lentamente, il mondo riprese forma intorno a loro. Il crepitio del fuoco nel camino, il rumore della pioggia contro i vetri, il loro respiro che tornava normale – una sinfonia diversa ma non meno intima. Elena si accorse che stava sorridendo, un sorriso che veniva da un luogo profondo dentro di sé, dove la donna metodica e controllata si era fusa con questa nuova versione di sé che aveva appena scoperto.
Dago si mosse piano, sdraiandosi al suo fianco sul tappeto, e la tirò a sé in un abbraccio che sapeva di protezione e di possesso allo stesso tempo. I loro corpi si incastravano perfettamente, come se fossero stati progettati per questo momento di pace dopo la tempesta.
Il freddo che li aveva spinti in quella baita sembrava appartenere a un’altra vita. Elena sentiva ancora il sapore di lui sulle labbra, il ricordo del suo piacere sulla lingua, le sensazioni del suo corpo che riverberavano ancora dentro di lei. Si rannicchiò contro il suo petto, ascoltando il battito del suo cuore che rallentava gradualmente.
“La coperta?” mormorò lei dopo un po’, ma non c’era vera preoccupazione nella sua voce.
“Non credo che ne avremo bisogno,” rispose lui, stringendola più forte. “Almeno non per un po’.”
Elena sorrise di nuovo. Per la prima volta nella sua vita, il controllo non le serviva più. L’aveva perso, e in quel perdersi aveva trovato qualcosa di infinitamente più prezioso.