Il nome “Dago Heron” non è nato tutto in una volta. Si è costruito pezzo per pezzo, come un puzzle che ha preso forma col tempo.
Da bambino, mentre i miei genitori lavoravano nel loro negozio, passavo le giornate in una casa abitata da quattro donne: nonna, madre e due figlie più grandi di me. Ognuna mi chiamava in modo diverso. La madre mi diceva “Bertoldo”. La figlia più giovane, di cui ero segretamente innamorato, mi chiamava “Dagoberto” perché, secondo lei, assomigliavo al personaggio di una striscia a fumetti americana, “Blondie e Dagoberto”.
Questo nome mi è rimasto addosso. I miei diari adolescenziali sono pieni di esperimenti grafici con “Dagoberto” scritto in mille modi diversi.
Quando ho comprato il mio primo modem 56K e sono entrato nel mondo delle chat, ho provato a usare “Dagoberto” come nickname. Era già preso. Così l’ho accorciato a “Dago” e ha funzionato.
Per un po’ ho giocato con altre identità – “Dago Wallace Salgado” in un gioco di ruolo. Poi, su Second Life, dove serviva nome e cognome, ho scelto “Dago” come nome e, tra i cognomi disponibili, “Heron” mi ha colpito.
Da quel momento, ovunque sia possibile, sono Dago Heron. Il mio simbolo è una lattina di Coca-Cola con la scritta “Daddy” – un’altra sfaccettatura della mia identità digitale.
A un certo punto, quasi senza accorgermene, Dago Heron ha smesso di essere semplicemente un nickname per diventare un territorio abitabile. Uno spazio dove respiro un’aria diversa, dove le regole che governano la mia quotidianità si allentano e dove la parola, finalmente, può scorrere senza gli argini che spesso la contengono nella vita di tutti i giorni.
C’è una libertà particolare nell’essere conosciuti prima attraverso le proprie parole che attraverso la propria carne. In questo spazio parallelo, sono le frasi che traccio a definirmi, non i ruoli sociali, non le aspettative stratificate, non la storia condivisa con chi mi conosce da sempre.
La cosa più curiosa è come questi mondi, inizialmente separati, abbiano cominciato a fondersi. Oggi sono più le persone che mi chiamano Dago che quelle che usano il mio nome anagrafico. È come se quell’identità, nata nel campo magnetico del digitale, si fosse gradualmente materializzata nel tessuto della mia vita quotidiana, trasformando il modo in cui vengo percepito e, in un certo senso, anche il modo in cui percepisco me stesso.
Non è più solo un nome alternativo. È diventato una lente attraverso cui mi è concesso vedere – e forse anche essere visto – con una chiarezza che la familiarità del quotidiano spesso offusca.
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